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L’orca Lolita resta al Seaquarium di Miami, va in frantumi il sogno di migliaia di persone che chiedevano la sua liberazione. I giudici della Corte d’Appello federale degli Stati Uniti respingono la petizione per farla tornare a nuotare in mare aperto e farle dimenticare l’orrore della cattività.

Era stata catturata nel 1970 a Penn Cove al largo dell’isola Whidbey, dal mare all’acquario di Miami, il più piccolo d'America. Da meravigliosa creatura marina a fenomeno da baraccone in un angusto spazio tra flash e risate, costretta a giocare con una pallina, addomesticata come un animale da compagnia.

Lolita è rimasta l’unica, tutte le altre orche sono morte. Negli ultimi mesi, gli ambientalisti avevano cercato in tutti i modi di perorare la causa di liberazione, appellandosi al fatto che l’animale era stato catturato in un’area che appartiene alla tribù Lummi.

Secondo un trattato del 1855, i nativi hanno il diritto di proteggere tutto ciò che sorge nella loro zona, quindi anche il mare e i suoi abitanti. Lolita era stata catturata proprio nel mare di Salish vicino l’isola di Orcas, dimora dei Lummi.

Per la povera Lolita sembrava, quindi, essersi accesa una speranza: la tribù poteva diventare custode dell’orca, specie che, come sappiamo, è considerata in via d’estinzione. Lolita avrebbe potuto vivere i suoi ultimi anni libera in un santuario marittimo, ma le cose sono andate diversamente. Lolita, l’orca più sola al mondo, rimarrà nella sua prigione... probabilmente fino alla morte.

People for the Ethical Treatment of Animals, The Animal Legal Defense Fund e Orca Network si erano appellati alla Corte federale per la sua liberazione, ma i giudici hanno deciso che sull’animale non vi è alcuna minaccia che mostri la violazione del suo mancato benessere dentro l’acquario e hanno espresso forti dubbi sulle modalità di spostamento.

Una decisione che lascia veramente basiti. Quasi 50 anni in cattività, strappata alla sua mamma quando aveva appena tre anni, costretta a divertire un pubblico, stressata dal poco spazio e totalmente immersa nella solitudine, non sono forse motivazioni valide per farla tornare nel suo habitat naturale? Il fatto che Hugo, il suo compagno di prigionia si sia suicidato nel 1980 battendo la testa contro la vasca, non è un campanello d’allarme di un malessere?

“Questa sentenza condanna un’orca molto intelligente, profondamente sola e angosciata da una vita di danni fisici e psicologici, confinata in una piccola cella di cemento senza famiglia, amici o libertà» dice Jared Goodman, vice-consigliere generale per la legge sugli animali della Fondazione PETA.

Adesso la battaglia non si arresta, le organizzazioni animaliste hanno preparato un’altra causa, ma nel frattempo Lolita rimane lì, vittima di un business difficile da smantellare.

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Dominella Trunfio

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