L’ultimo “regalo” di Trump: gli Usa escono ufficialmente dall’accordo sul clima di Parigi

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Gli Stati Uniti ieri hanno ufficialmente lasciato l’accordo di Parigi, il patto globale firmato 5 anni fa per contrastare i cambiamenti climatici e i loro devastanti effetti sull’ambiente e l’economia mondiale.

Lo scorso anno, Trump lo aveva annunciato e stabilito. così da ieri gli Usa sono fuori.

La mossa, a lungo minacciata dal presidente Donald Trump e voluta dalla sua amministrazione nel 2019, isola ulteriormente gli Stati Uniti nel mondo. L’accordo di Parigi per la prima volta era riuscito a riunire tutte le nazioni in una causa comune per intraprendere sforzi ambiziosi per combattere i cambiamenti climatici e adattarsi ai suoi effetti, con un maggiore sostegno per aiutare i paesi in via di sviluppo.

“L’obiettivo centrale dell’accordo di Parigi è rafforzare la risposta globale alla minaccia del cambiamento climatico mantenendo un aumento della temperatura globale in questo secolo ben al di sotto di 2 gradi Celsius rispetto ai livelli preindustriali e perseguire gli sforzi per limitare ulteriormente l’aumento della temperatura a 1,5 gradi Celsius.  Inoltre, l’accordo mira a rafforzare la capacità dei paesi di affrontare gli impatti dei cambiamenti climatici. Per raggiungere questi obiettivi ambiziosi, saranno messi in atto flussi finanziari adeguati, un nuovo quadro tecnologico e un quadro rafforzato di rafforzamento delle capacità, sostenendo così l’azione dei paesi in via di sviluppo e dei paesi più vulnerabili, in linea con i propri obiettivi nazionali. L’accordo prevede inoltre una maggiore trasparenza di azione e sostegno attraverso un quadro di trasparenza più solido” si legge nel comunicato dell’Onu.

Gli scienziati sostengono che qualsiasi aumento oltre i 2 gradi Celsius potrebbe avere un impatto devastante su vaste parti del mondo, innalzando il livello del mare, alimentando tempeste tropicali e peggiorando siccità e inondazioni.

L’accordo richiedeva degli impegni e l’intensificazione degli sforzi in vista delle riduzioni delle emissioni inquinanti. Inoltre, ogni 5 anni ci sarebbero stati dei bilanci globali per valutare i progressi collettivi verso il raggiungimento dello scopo dell’accordo. L’accordo di Parigi richiedeva inoltre ai paesi di fissare i propri obiettivi volontari per la riduzione dei gas serra ma come unico requisito vincolante aveva stabilito che le nazioni rendessero noti accuratamente i loro sforzi.

Era il 4 novembre 2016 quando venne ratificato l’accordo. E ieri, 4 novembre 2020, gli Usa lo hanno cancellato con un colpo di spugna.

Per fortuna, altri 189 paesi si sono impegnati. Altri 6 hanno firmato, ma non ratificato, il patto.

Ma per gli Stati Uniti, il secondo più grande emettitore di gas serra al mondo dopo la Cina, si trattava di un impegno che avrebbe danneggiato un’economia oggi più che mai, sotto l’era Trump, vincolata alle fonti fossili.

Così, mentre negli Usa si attende col fiato sospeso l’elezione del nuovo Presidente, con in testa Biden in questo momentoShutterstock/Gabriele Maltinti, si scrive una pagina nera nella storia del clima. Senza l’importante contribuito di uno dei più grandi inquinatori del mondo, sarà più difficile per gli altri paesi raggiungere gli obiettivi concordati.

Dal canto suo, il democratico Joe Biden si è detto favorevole a firmare il sostegno degli Stati Uniti all’accordo di Parigi e ha reso noto un suo Piano per il clima, il Climate Plane:

“Il cambiamento climatico è una sfida globale che richiede un’azione decisiva da parte di tutti i paesi del mondo. Non solo rinnoverò l’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, ma andrò molto oltre. Condurrò uno sforzo per convincere tutti i principali paesi a intensificare l’ambizione dei loro obiettivi climatici nazionali”.

Si deve dunque sperare in una vittoria di Biden per far sì che gli Stati Uniti tornino a impegnarsi a combattere i cambiamenti climatici?

Fonti di riferimento: UNFCCC

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Giornalista pubblicista specializzata in Editoria, Comunicazione Multimediale e Giornalismo. Nel 2011 ha vinto il Premio Caro Direttore e nel 2013 ha vinto il premio Giornalisti nell’Erba grazie all’intervista a Luca Parmitano.
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