L’amministrazione Trump ha nascosto uno studio sull’orso polare che avrebbe compromesso il piano di perforare l’Artico

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Trump non demorde: vuole perforare l’Artico alla ricerca di petrolio e altri combustibili fossili, e per farlo ha nascosto uno studio scientifico che dimostra il pericoloso impatto sugli orsi polari di questo scellerato piano.

Stando a quanto riportato dal Washington Post, un alto funzionario del Dipartimento degli Interni degli Usa ha volutamente ritardato la pubblicazione di uno studio che mostra come le trivellazioni alla ricerca di petrolio e gas in Alaska potrebbero invadere il territorio degli orsi polari, già minacciati dal riscaldamento globale.

Una mossa insolita e per questo accusata di dolo quella portata avanti da James Reilly, direttore dell’U.S. Geological Survey degli Stati Uniti (USGS), che si sarebbe rifiutato di rendere pubblico uno studio condotto dai suoi stessi scienziati, che mostrerebbe come molti orsi polari femmina partoriscano nel Beaufort Sea meridionale, proprio l’area che l’amministrazione Trump ha aperto alla ricerca di petrolio e gas naturale, e come il 34% delle tane materne dell’Artico occidentale degli Stati Uniti si trovi nella pianura costiera dell’Arctic National Wildlife Refuge, la stessa zona approvata per le perforazioni.

E non solo: i dati ottenuti nel corso del lavoro rileverebbero una contrazione del ghiaccio marino nell’Artico in grado di per sé di minacciare la sopravvivenza degli orsi polari ma anche, purtroppo, di moltiplicare le opportunità per la ricerca di fonti fossili.

I funzionari federali stanno per firmare un progetto di perforazione da 3 miliardi di dollari nella National Petroleum Reserve in Alaska, ma l’U.S. Fish and Wildlife Service è legalmente obbligato a citare lo studio US Geological Survey (USGS) prima di procedere. E questo potrebbe creare non pochi problemi al piano.

“Avere questa attività nell’habitat delle tane materne significa concentrarsi sulla parte più vulnerabile della popolazione” tuona Rosa Meehan, Capo Divisione del Fish and Wildlife Service’s Marine Mammals Program in Alaska tra il 1999 e il 2012.

Ci sono infatti solo 900 orsi nella parte meridionale del Mare di Beaufort, di cui 573 vivono in Alaska.

“Il rapporto sottolinea che la popolazione di orsi polari del Mare di Beaufort meridionale sta affrontando una doppia minaccia a causa dei cambiamenti climatici e delle trivellazioni di petrolio e gas – spiega Nicole Whittington-Evans, direttrice del programma per la difesa della natura in Alaska – Sopprimere i rapporti degli scienziati in carriera è un modo pericoloso di fare politica e uno spreco di denaro dei contribuenti americani”.

Disastro che si aggiungerebbe ad un altro recente, sempre in Alaska, dove l’amministrazione Trump ha dato il via libera alla deforestazione foresta incontaminata del Tongass.

Il governo comunque si difende, sottolineando che non c’era alcuna intenzione di nascondere lo studio, ma solo di controllare bene i risultati prima della loro definitiva pubblicazione.

“Questa è una pratica consolidata per rivedere i rapporti scientifici prima della pubblicazione e verificare quanto le ricerche siano effettivamente solide – si legge in una dichiarazione dell’USGS  riportata sul Washington Post – I nostri scienziati stanno lavorando per rispondere alle richieste di ulteriori informazioni”.

In un memo dello scorso agosto, però, gli scienziati avevano dovuto rispondere allo stesso Reilly che contestava i risultati sul numero delle tane degli orsi, sollevando dei dubbi sulla loro conta.

E lo scorso febbraio la Fish and Wildlife aveva invitato il pubblico a commentare un lavoro pubblicato da scienziati federali che mostra come l’industria dei combustibili fossili potrebbe ridurre al minimo i danni agli orsi polari causati dai suoi test sismici in Alaska (se volesse).

Con i gruppi petroliferi e del gas naturale che avevano attaccato lo studio: una filiale di Arctic Slope Regional Corp., in particolare, una società sostenitrice delle trivellazioni nell’Artico, dichiarava senza mezzi termini che la ricerca potrebbe interrompere le sue attività economiche costiere e danneggiare quelle commerciali, nonchè lo sviluppo delle comunità e lo stile di vita sul North Slope.

Più chiaro di così è difficile.

Fonti di riferimento: Washington Post / U.S Departiment of the Interior / Wildlife Society / Alaska Science Center

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Roberta De Carolis ha una laurea e un dottorato in Chimica, e ha conseguito un Master in comunicazione scientifica. Giornalista pubblicista, scrive per GreenMe dal 2010.
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