Strategia energetica nazionale: un colpo di mano alla politica fossile?

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Strategia energetica nazionale. Lo scorso 8 marzo, il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto interministeriale sulla SEN. Ad annunciarlo in occasione della presentazione a Roma del Rapporto dell’Ocse sulle performance ambientali del nostro paese è stato il ministro dell’Ambiente Corrado Clini, che con Passera ne ha firmato il decreto interministeriale di consolidamento. Tutti felici? Al contrario. Le associazioni ambientaliste sono già sul piede di guerra contro quello che è stato definitio “un colpo di mano della politica fossile“.

Greenpeace, Legambiente e WWF sono furibonde per il fatto che il “governo dimissionario e attualmente in carica solo per gli affari correnti ha messo in atto un ‘colpo di mano’ con il varo di una Strategia Energetica Nazionale che tutela, in larga parte, le fonti fossili“.

Trivellazioni selvagge e gas sono i capisaldi della SEN, che definisce lo sviluppo energetico del nostro paese fino al 2020. Perché allora una strategia che dovrebbe essere ancora più a lungo termine e di grande importanza come il futuro energetico dell’Italia, dopo anni di tentennamenti, deve essere chiusa ‘in fretta’, poco prima dell’insediamento del nuovo Parlamento?

Le associazioni, attraverso un comunicato congiunto, hanno inoltre lamentato il fatto che il testo che il ministro dell’Ambiente e quello dello Sviluppo Economico promuovono sia tutt’ora un mistero, dal momento che dopo un processo di consultazione su una prima bozza nessuno ha avuto modo di leggere la versione definitiva, ossia quella recentemente stata approvata. Senza contare che alla base della Strategia vi sono l’incentivo e la facilitazione dello sfruttamento delle scarse risorse petrolifere italiane, s scapito di ambiente, paesaggio e salute pubblica.

A che pro? Quali i vantaggi nel dare fonto alle ultime riserve petrolifere italiane? Spiegano le associazioni che secondo le stime del ministero dello Sviluppo economico vi sarebbero nei nostri fondali marini 10,3 milioni di tonnellate di petrolio di riserve certe. Stando ai consumi attuali, coprirebbero il fabbisogno nazionale per sole 7 settimane. E anche attingendo al petrolio presente nel sottosuolo, concentrato soprattutto in Basilicata, il totale delle riserve certe nel nostro Paese verrebbe consumato in appena 13 mesi.

Secondo la sua prima stesura la SEN è fondata su alcuni capisaldi, che mirano ad incentivare e facilitare lo sfruttamento delle scarse risorse petrolifere del Paese, ad andare oltre la “questione carbone” continuando però ad approvare nuovi progetti di centrali come nel caso di Saline Joniche o progetti di ampliamento di impianti già esistenti, ad esempio Vado Ligure. La strategia guarda anche alle rinnovabili, con obiettivi di sviluppo ambiziosi ma senza trovare gli strumenti adeguati a sostegno delle energie pulite.

È guerra aperta: Greenpeace, Legambiente e WWF si riservano infatti di impugnare gli atti di approvazione della SEN per “contrastare un piano che qualora non vi fossero sostanziali revisioni rispetto a quanto sin qui promosso dal governo Monti, non garantirebbe al Paese alcuno sviluppo e costituirebbe, invece, un atto di grave miopia, profondamente in conflitto con ogni istanza di sviluppo sostenibile”.

Francesca Mancuso

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Giornalista pubblicista specializzata in Editoria, Comunicazione Multimediale e Giornalismo. Nel 2011 ha vinto il Premio Caro Direttore e nel 2013 ha vinto il premio Giornalisti nell’Erba grazie all’intervista a Luca Parmitano.
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