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Sentenza storica in Ecuador! Nove bambine dell’Amazzonia fanno chiudere le torri petrolifere che inquinano e provocano tumori

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Con una decisione storica, i giudici si pronunciano a favore della causa intentata da nove bambine e ragazzine sulla contaminazione e gli impatti climatici dell’industria petrolifera che pratica gas flaring nell’ nell’Amazzonia ecuadoriana

I diritti della natura, il diritto a vivere in un ambiente salubre e pulito, il diritto alla salute, all’acqua, al cibo sono diritti umani essenziali, che tuttavia non sono ancora pienamente garantiti nel mondo, esponendo individui e intere comunità del nostro pianeta a gravi ingiustizie socio-ambientali e climatiche.

Nell’Amazzonia ecuadoriana, ad esempio, si combatte da tempo contro il “gas flaring”, una pratica legata all’industria petrolifera che da decenni sta stravolgendo il delicato e complesso ecosistema locale e sta rapidamente minando il benessere e la salute degli esseri, viventi e non, che abitano quelle straordinarie terre.

Bruciare alla temperatura di 400° C il gas naturale che fuoriesce dai pozzi petroliferi come sottoprodotto del petrolio è prassi consolidata nell’Amazzonia ecuadoriana sin dal 1967, quando la Chevron-Texaco ha iniziato la perforazione del primo giacimento petrolifero di valore commerciale.

L’estrazione petrolifera nel paese risale infatti agli anni Settanta del secolo scorso. Ancor più grave è il fatto che gli elevati livelli di inquinamento atmosferico e di contaminazione del suolo e dell’acqua siano direttamente correlati all’elevato tasso di incidenza dei tumori e dei decessi per tumore tra la popolazione residente in prossimità delle oltre 447 torri petrolifere attive in quella vasta area. 

Una vittoria per la natura e per la comunità

Lo scorso 26 gennaio, nove giovani ragazze ecuadoriane, Leonela Moncayo, Rosa Valladolid, Skarlett Naranjo, Jamileth Jurado, Denisse Nuñez, Dannya Bravo, Mishell Mora, Jeyner Tejena e Kerly Herrera, e le loro rispettive comunità di origine, hanno vinto il ricorso presentato il 20 febbraio 2020 dinanzi alla Corte provinciale di giustizia di Sucumbíos, nel quale chiedevano allo Stato dell’Ecuador (formalmente al Ministero dell’energia e delle risorse naturali non rinnovabili e al Ministero dell’ambiente e delle risorse idriche) di assumersi le proprie responsabilità in materia ambientale, di mettere al bando la criminale pratica del “gas flaring” e di chiudere tutte le torri petrolifere esistenti.

Dopo essersi viste respingere l’istanza di ricorso il 7 maggio 2020 per carenza di accertati studi scientifici sulle conseguenze negative delle attività petrolifere sulla salute umana, le nove ragazze hanno presentato ricorso in appello e, dopo tante esitazioni e notevoli ritardi, l’udienza venne fissata per il 2 ottobre di quello stesso anno, prima di culminare nella conclusione del processo con la sentenza del gennaio 2021.

Per le comunità locali e per l’intero paese si tratta di una vittoria storica, che ha aperto la strada ad una serie di procedimenti di riparazione e di risarcimento dei danni arrecati alle vittime interessate. Si pensi che oltre 250 persone malate di cancro hanno urgente bisogno di cure e di assistenza medico-sanitaria. 

Secondo quanto espresso nella relativa sentenza, lo Stato ecuadoriano avrebbe ignorato il diritto dei ricorrenti a vivere in un ambiente sano ed ecologicamente equilibrato e avrebbe altresì violato il loro diritto alla salute per l’incapacità (o la mancata volontà) delle autorità statali di promuovere il ricorso a tecnologie “pulite” e/o a fonti di energia rinnovabili e non inquinanti.

gas flaring amazzonia

@Amazon Frontlines/Facebook

L’ecologia e la salute sovrastano l’economia

Tra le ricorrenti, Leonela Moncayo, una bambina di soli dieci anni, ha pubblicamente dichiarato la sua soddisfazione per l’esito della vicenda giudiziaria: “finalmente, giustizia è stata fatta”. L’industria petrolifera del paese e, in particolare, la prestigiosa compagnia petrolifera statale Petroamazonas, devono ora dar conto del proprio operato e delle sue nocive conseguenze nelle province di Sucumbíos e Orellana.

“È giunto il momento di curare e risollevare la natura, lo faremo per tutti i bambini malati, per tutte le persone coinvolte, per i genitori che hanno lottato per rimanere in salute, per le famiglie che non hanno mai smesso di combattere anche solo per coltivare pochi raccolti, per le famiglie che vivono in prossimità degli impianti e che hanno dovuto abbandonare la loro terra.”.

Dopo aver intimato allo Stato ecuadoriano di rispettare e di non delegittimare la suddetta sentenza e di applicarne immediatamente i provvedimenti per il bene comune, evitando di piegarsi ai miopi interessi del business e dell’economia, Pablo Fajardo, uno degli avvocati delle nove ricorrenti, ha sottolineato che:

“gli interessi economici non possono prevalere sulla vita e sulla natura.”. 

Giustizia climatica

Lo Stato dell’Ecuador avrebbe anche sistematicamente violato gli obblighi internazionali sottoscritti in materia di cambiamenti climatici e gli impegni nazionali di riduzione delle emissioni di CO2 in atmosfera. Tali emissioni diminuirebbero del 24% qualora le oltre 400 torri petrolifere dell’Amazzonia ecuadoriana smettessero di funzionare.

Tra l’altro, in alternativa, quel gas naturale potrebbe essere destinato all’uso domestico o per produrre energia in grado di alimentare gli impianti petroliferi locali ovvero potrebbe essere reimmesso nel sistema evitando di bruciarlo. Affinché tutto questo possa divenire realtà e non rimanere sulla carta, l’industria petrolifera dovrebbe al più presto ricorrere a nuovi standard e ad innovative procedure per produrre energia pulita.

Fonti: Amazon frontlines/Amazon Watch

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Donatella Vincenti. Laureata in Lingue e Scienze Politiche, nel 2017 ha conseguito un dottorato alla Luiss sulla transizione ecologica nel mondo arabo-islamico. Nel 2015 ha curato la rubrica "Green Islam" per la webradio Radio Bullets.
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