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Risultato storico contro l’estrazione di metalli preziosi dalle profondità dell’oceano: passa la moratoria mondiale

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Se ne parla ancora poco, ma l’estrazione mineraria rappresenta una nuova incombente minaccia per gli Oceani. Negli ultimi anni diversi scienziati hanno messo in guardia dei rischi di questa pratica che danneggia i delicati ecosistemi oceanici, già alle prese con l’inquinamento e le conseguenze della crisi climatica.

Ma adesso, finalmente, è arrivata una buona notizia che porrà un freno a quest’attività (che avrebbe dovuto diventare una realtà consolidata nei prossimi anni): la stragrande maggioranza dei governi, delle ONG e dei gruppi della società civile ha votato a favore della moratoria sulle miniere sottomarine durante il vertice mondiale dell’Unione internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN), che si è tenuto a Marsiglia la scorsa settimana. 

Ben 81 governi hanno detto sì alla moratoria, mentre 18 si sono opposti e 28 si sono astenuti dal voto. La moratoria è stata sostenuta anche da oltre 500 ONG.  

L’esito della votazione è stata definito “un risultato epocale per la conservazione degli oceani”, da parte dell’organizzazione Fauna and Flora International, che ha fatto pressioni per la vittoria del sì insieme insieme ad altri gruppi tra cui il Natural Resources Defense Council e Synchronicity Earth. Inoltre, sotto la guida degli Stati dell’Oceano Indiano occidentale, l’Iucn e i suoi partner si sono impegnati a sostenere la Great Blue Wall Initiative, la prima rete connessa a livello regionale che punta ad adottare “un’economia blu rigenerativa” a beneficio di 70 milioni di persone, con lo scopo di preservare e ripristinare la biodiversità marina 

In cosa consiste l’estrazione mineraria in acque profonde e perché è importante la moratoria

Il cosiddetto Deep Sea Mining è un processo di estrazione dei minerali che avviene nei fondali oceanici, dove si trovano metalli ricercati come argento, oro, rame, manganese, cobalto e zinco, usati per realizzare smartphone, turbine eoliche, pannelli solari e tanti altri oggetti sempre più richiesti. 

estrazione mineraria oceani

@IUCN

Una serie di studi e numerose associazioni ambientaliste come come Greenpeace e la Deep Sea Mining Campaign sostengono che tale attività comporta diversi danni irreversibili agli ecosistemi. 

Gli abissi sono il più grande ecosistema del Pianeta, nonché la casa di creature uniche che a malapena conosciamo – osserva Louisa Casson, della campagna Protect the Oceans di Greenpeace. – L’avidità di questo nuovo settore industriale potrebbe distruggere le meraviglie presenti sui fondali degli oceani prima ancora di avere la possibilità di osservarle e studiarli.

Come spiega anche l’IUCN, il raschiamento del fondo oceanico da parte dei macchinari può alterare o distruggere interi habitat o portare alla loro frammentazione.

Molte specie che vivono nelle profondità marine sono endemiche, nel senso che non si verificano in nessun’altra Parte del pianeta, e i disturbi fisici in un solo sito minerario possono spazzare via un’intera specie. – osserva l’IUCN – Questo è uno dei maggiori impatti potenziali dell’estrazione mineraria in acque profonde. Alcune forme di estrazione in acque profonde sollevano sedimenti fini sul fondo marino costituiti da limo, argilla e resti di microrganismi, creando pennacchi di particelle sospese. 

Come se non bastasse, il Deep Sea Mining influenza anche l’esistenza di giganti degli oceani come balene, squali e tonni, disturbati dai rumori e dalle vibrazioni e dall’inquinamento luminoso. 

Anche se al momento le attività commerciali di estrazione mineraria negli oceani non sono ancora iniziate, sono già una 30ina le licenze di esplorazione rilasciate dall’l’ISA (Autorità internazionale dei fondali marini) a Paesi come Cina, Corea, Regno Unito, Francia, Germania e Russia. Questi Stati hanno rivendicato vaste aree del Pacifico, dell’Atlantico e dell’Oceano Indiano, per una copertura complessiva di circa un milione di kilometri quadrati. Ma adesso, grazie alla moratoria, i gruppi ambientalisti sperano di riuscire a lanciare un messaggio forte alle autorità e di riuscire a bloccare la pericolosa attività che mette a rischio la vita degli Oceani. 

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Fonte: IUCN/Greenpeace

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Laureata in Media, comunicazione digitale e giornalismo all'Università La Sapienza, ha collaborato con Le guide di Repubblica e con alcune testate siciliane. Per la rivista Sicilia e Donna si è occupata principalmente di cultura e interviste. Appassionata da sempre al mondo del benessere e del bio, dal 2020 scrive per GreenMe
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