Pulire e igienizzare troppo la casa elimina i batteri ma favorisce la proliferazione dei funghi. Lo studio

pulizia casa proliferazione funghi

Pulito sì, ma non troppo. L’eccessiva igiene infatti elimina i batteri ma spiana la strada ai funghi, in alcuni casi non meno pericolosi. Lo studio, condotto da una collaborazione internazionale guidata dall’Università dell’Oklahoma (Usa), ha infatti dimostrato che, come per tutte le cose (o quasi), la virtù sta in mezzo.

I funghi non sono in generale sensibili a disinfettanti e antibiotici, pensati e studiati per colpire i batteri. Inoltre queste molecole, che pure hanno migliorato la qualità della vita e ne hanno allungato la durata, non sono sempre completamente selettive, portando a distruggere anche i batteri “buoni”, come la naturale flora intestinale che aiuta a difenderci e a mantenere il nostro equilibrio.

Non di rado, infatti, il trattamento prolungato di antibiotici eradica la malattia batterica ma può portare a selezionare ceppi resistenti e ad infezioni fungine, a loro volta da trattare in modo specifico.

Gli ambienti domestici non sono esclusi: pulire, soprattutto con veri e propri disinfettanti, crea l’ambiente ideale per i funghi, felici di trovarsi senza nemici. La ricerca è stata condotta comparando la biodiversità microbiologica di aree urbane e rurali, dimostrando come le prime mostrino in generale una diversificazione fungina piuttosto elevata.

Molte soluzioni detergenti antibatteriche e disinfettanti mirano specificamente ai batteri, che potrebbero liberare spazio per far prosperare altri tipi di microbi, e i funghi, in particolare, hanno anche spesse pareti cellulari, che possono rendere i trattamenti più difficili.

“Ci aspettavamo che tutti i microrganismi diventassero meno diversificati con l’urbanizzazione, ma non è affatto quello che abbiamo trovato per i funghi – spiega Laura-Isobel McCall, coatrice dello studio, nel corso di un’intervista rilasciata a npr- […] Forse [i prodotti igienizzanti per la casa] stanno spazzando via tutti i batteri e ora abbiamo una grande superficie aperta su cui i funghi crescono; forse [i funghi] stanno anche diventando più resistenti ai prodotti che usiamo”.

E non finisce qui. Le case urbane sono progettate per isolare le persone dall’esterno: bloccano la luce e intrappolano anidride carbonica, il che, secondo i ricercatori, potrebbe creare ambienti ospitali per la crescita di questi microbi.

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Gli esperti hanno analizzato tutta la vita microscopica, inclusi piccoli parassiti, di quattro località del Brasile e del Perù in contesti sempre più urbani: dalle capanne di paglia in una foresta pluviale, agli appartamenti cittadini nella capitale dello stato amazzonico di Manaus, campionando superfici come pareti, pavimenti e controsoffitti nelle case, e prelevando tamponi di pelle da animali domestici e persone, dove alcuni tipi di funghi possono annidarsi.

Per formulate ipotesi sull’origine dei risultati sono state analizzate anche le sostanze chimiche presenti negli ambienti, rilevando che queste erano decisamente più presenti negli appartamenti della città, provenendo da materiali da costruzione, prodotti per la pulizia domestica e personale, nonché da farmaci.

E, come se non bastasse, diversi prodotti chimici e funghi sono stati trovati non solo nelle case ma anche sulla pelle delle persone. Inoltre, sebbene lo studio sia limitato a parti del Brasile e del Perù, secondo gli autori i risultati potrebbero essere generalizzati.

“La mia ipotesi è che il trend delle colonie fungine sia in gran parte rappresentativo di ciò che sta accadendo in tutto il mondo – afferma infatti Justin Sonnenburg, microbiologo dell’Università di Stanford che non ha preso parte allo studio.

Altra brutta notizia: i funghi non sono di solito ben studiati come i batteri, ma il genere Malassezia trovato nello studio, spiega ancora Sonnenburg, contiene ceppi che hanno causato infezioni negli ospedali di altri Paesi, e quindi potrebbe essere un enorme problema comune a molti ambienti igienizzati.

“In medio stat virtus”, lo dicevano già gli antichi romani.

Il lavoro è stato pubblicato su Nature Microbiology.

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