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Esiste un piano globale per salvare il Pianeta. Gli indigeni vogliono di più ma sono (di nuovo) ignorati

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AGGIORNAMENTO: A seguito della pubblicazione di questo articolo, è intervenuta Survival Italia, precisando come gli indigeni non solo vogliano di più ma considerino un grave errore l’obiettivo di trasformare il 30% del pianeta in “Aree Protette” entro il 2030. In una lettera aperta indirizzata al Presidente del Consiglio Mario Draghi precisano infatti che “le aree protette provocano gravi violazioni dei diritti umani dei popoli indigeni e delle comunità locali”.

Decine di Paesi uniti per salvare il Pianeta: una coalizione guidata da Gran Bretagna, Costa Rica e Francia con la partecipazione anche dell’Italia sta discutendo il piano 30×30 per salvare il 30% della Terra entro il 2030. Ma gli indigeni vogliono di più e non sono invitati al tavolo dei negoziati.

La situazione è sotto gli occhi di tutti per chi vuole vedere: un milione di specie a rischio di estinzione, cambiamenti climatici ormai in corso, inquinamento di aria, acqua suolo, nonché una pandemia globale che minaccia di essere una delle tante in arrivo.

Per questo, scrive il New York Times, dozzine di Paesi stanno spingendo per salvare almeno il 30% della terra e dell’acqua del pianeta entro il 2030: l’obiettivo è stipulare un accordo globale in occasione dei negoziati che si terranno in Cina entro la fine dell’anno.

Ma c’è chi per la natura si batte da sempre e viene costantemente dimenticato, le comunità indigene soprattutto, ma anche tutti coloro che hanno preservato spazi per animali, piante e i loro habitat, non recintando la natura, ma guadagnandosi da vivere con essa. La chiave del successo? Vivere con la natura, non prevaricarla.

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Eppure tutti costoro sono quasi sempre ignorati, a volte addirittura osteggiati, con qualche caso che ha pagato con la sua stessa vita le lotte per proteggere la casa di tutti, anche di quelli che vogliono distruggerla.

Solo per citare alcuni esempi, nell’Amazzonia brasiliana gli indigeni mettono il loro corpo per difendere le terre native minacciate da taglialegna e allevatori. In Papua Nuova Guinea, invece, le comunità di pescatori hanno istituito zone di divieto di pesca, e in Guatemala le persone che vivono in una vasta riserva naturale raccolgono legname di alto valore in piccole quantità che potrebbero diventare nuove piste ciclabili sul ponte di Brooklyn.

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indigeni amazzonia

@Reuters

Per chi pensa che le comunità indigene siano poche tribù arretrate, sfatiamo un luogo comune: sono innumerevoli le organizzazioni indigene istituite nella sola regione amazzonica dalla metà del secolo scorso la cui preoccupazione principale – la conservazione e la protezione della foresta pluviale – è indissolubilmente legata alla conservazione del loro stile di vita.

E non solo: esiste un coordinamento centrale di tutte le organizzazioni, Coodinadora de las Organizaciones Indígenas de la Cuenca Amazónica (COICA) istituito nel 1984, associazione ombrello per tutte le organizzazioni indigene delle pianure amazzoniche con il compito di  rappresentare principalmente i loro interessi a livello internazionale.

Seppure dunque perfettamente organizzati, gli indigeni sono fuori dai tavoli dei negoziati, dove si discute del loro futuro (e del nostro).

“Se hai intenzione di salvare solo gli insetti e gli animali e non gli indigeni, sei in grande contraddizione – commenta al New York Times José Gregorio Díaz Mirabal, leader del COICA – Siamo un unico ecosistema”.

Parole quanto mai vere, che spesso dimentichiamo.

E così dimentichiamo loro, che sul serio si battono per salvare la Terra. Così, anche per questo piano, le comunità indigene non sono riconosciute come parti dell’accordo internazionale. Possono venire come osservatori ai colloqui, ma non possono votare sul risultato. In pratica, però, il successo è impossibile senza il loro supporto.

“La gente vive in questi posti – commenta David Cooper, vice segretario esecutivo dell’Agenzia delle Nazioni Unite per la biodiversità – Devono essere coinvolti e i loro diritti rispettati”.

Una coalizione di gruppi indigeni e comunità locali, tra l’altro, chiede di più: il 30% non basta, e la ricerca scientifica lo conferma. É necessario mettere in campo azioni determinate puntando ad almeno la metà del Pianeta per preservare la biodiversità e per immagazzinare abbastanza anidride carbonica per rallentare il riscaldamento globale.

Gli indigeni, ne siamo certi, non si arrenderanno.

Fonti di riferimento: New York Times

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Roberta De Carolis ha una laurea e un dottorato in Chimica, e ha conseguito un Master in comunicazione scientifica. Giornalista pubblicista, scrive per GreenMe dal 2010.
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