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Così le “nostre” coltivazioni di olio di palma stanno affamando i bambini africani

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Un nuovo studio scientifico che collega il fenomeno del land grabbing nell’Africa subsahariana all’insicurezza alimentare e alla perdita di biodiversità alimentare (come nel caso-simbolo dei bambini della Liberia la cui dieta è stata impoverita dei nutrienti fondamentali), mette in luce l’impatto devastante che l’olio di palma sta avendo in Africa. Dopo aver distrutto il patrimonio ambientale e agricolo di Paesi asiatici come la Malesia e l’Indonesia, la nuova frontiera dell’olio di palma − la materia più usata per produrre i biodiesel − è proprio l’Africa, e i danni iniziano a essere già incalcolabili.

Secondo quanto rilevato in un recente studio pubblicato lo scorso 26 gennaio negli Atti dell’Accademia Nazionale delle Scienze (PNAS), il diffuso fenomeno del land grabbing avrebbe minato la sicurezza alimentare di almeno 11 paesi dell’Africa subsahariana.

Lo studio PNAS rientra in un progetto di ricerca del Center for Socio-Environmental Synthesis (SESYNC), istituito presso l’Università del Maryland (USA). Tale ricerca ha il merito di aver condotto una completa e sistematica valutazione globale dell’impatto degli accordi agricoli transnazionali per acquisire grandi terreni (di estensione superiore ai 200 ettari) sui sistemi alimentari locali.

Secondo Marc F. Müller, principale autore dell’articolo scientifico, a seguito della crisi alimentare globale risalente all’inizio degli anni 2000, gruppi di investitori stranieri hanno acquistato numerosi terreni nei paesi a medio reddito e nei paesi in via di sviluppo, promettendo di aumentare la produzione agricola e di migliorare l’offerta alimentare globale.

Tuttavia, secondo quanto emerge dall’analisi approfondita di 160 accordi fondiari conclusi in 197 località di 39 paesi appartenenti ad America Latina, Europa orientale, Asia e Africa, quei terreni non sarebbero mai stati impiegati per gli scopi ad essi assegnati. Ma per produrre oli (e principalmente olio di palma) e zuccheri per il biodiesel.

La corsa al land grabbing degli investitori privati

Le acquisizioni di terreni da parte di imprenditori stranieri, spesso sponsorizzate dai governanti di turno, hanno riguardato una superficie totale di 4.06 milioni di ettari nei 39 paesi considerati. Oltre il 46% degli accordi fondiari era riconducibile a 11 paesi africani e oltre 2.40 milioni di ettari (quasi il 59%) della superficie totale acquisita appartenevano al continente africano.

Nel periodo considerato, i quattro accordi più importanti erano stati siglati in Repubblica del Congo, Ghana, Liberia e Camerun.

Dopo l’Africa, l’Asia è la meta preferita per tali investimenti. Tra il 2005 e il 2015, nel continente asiatico sono stati conclusi oltre 43 accordi che coprivano un’area di 0.58 milioni di ettari.

In Africa più espropri e meno coltivazioni

L’area destinata alle coltivazioni ha goduto di un incremento del 25% (da 832.000 ettari a 1.037.000 ettari) in conseguenza dei contratti fondiari sottoscritti tra il 2005 e il 2015.

Sebbene il 59% dell’area totale fosse stata acquisita in Africa, non è stato tuttavia osservato un proporzionale aumento dell’estensione dei terreni destinati alla coltivazione.

In Africa, l’area coltivata è aumentata solo del 16%, una percentuale irrisoria rispetto al 45% dell’Asia, dove sono stati acquistati 0.58 milioni di ettari di terreno.

Land grabbing

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Usurpazioni delle terre e perdita di sovranità alimentare

Secondo il suddetto studio, gli accordi per l’espropriazione dei terreni servivano a colmare il gap nel rendimento agricolo globale attraverso un sostanziale incremento della produzione agricola. Gli investitori, interessati ad accrescere i profitti, hanno però gravemente minacciato la sicurezza alimentare locale. Infatti, i nutrienti dietetici di base sono stati riorientati verso il mercato di esportazione invece di arricchire l’agricoltura locale.

Al contrario di quanto osservato in Europa orientale e in America Latina, dove gli accordi fondiari non hanno stravolto la sovranità alimentare, l’Africa e l’Asia hanno invece assistito a una vera e propria transizione dalle proprie colture di base locali (cereali e legumi) alle colture da reddito: zuccheri e oli, in particolare zucchero di canna e olio di palma, usati per ottenere profittevoli biocarburanti. Le colture da reddito hanno una maggiore probabilità di essere esportate, a quasi esclusivo vantaggio degli investitori stranieri. In Africa, ad esempio, gli investitori stranieri hanno preferito colture flessibili destinate all’esportazione e utilizzabili come biocarburanti rispetto alle colture di base locali come la tapioca. L’olio di palma, nonostante le storiche denunce e battaglie, continua a distruggere interi sistemi agricoli.

Il caso dei bambini della Liberia

Inoltre, nei paesi dell’Africa subsahariana e nei paesi asiatici analizzati, i raccolti erano ricchi di energia ma poveri di nutrienti, con conseguenze catastrofiche per la sicurezza alimentare e per la diversità alimentare a livello nazionale, regionale e locale. Per esempio, a causa della perdita dei diritti fondiari da parte degli agricoltori locali, in Liberia i bambini hanno avuto accesso a cibi meno nutrienti, in un contesto di ridotta diversità alimentare.

In sostanza, gli investitori selezionano le colture più “interessanti” da produrre (tra cui l”olio di palma regna sovrano). Quando il prezzo del cibo è basso e quello dell’energia è alto, per le grandi imprese è assai profittevole impiegare i raccolti per produrre biodiesel. Tali scelte, tuttavia, sono contrarie alla salute e al benessere della popolazione locale e dell’ambiente.

Fonti: SESYNC/PNAS

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Donatella Vincenti. Laureata in Lingue e Scienze Politiche, nel 2017 ha conseguito un dottorato alla Luiss sulla transizione ecologica nel mondo arabo-islamico. Nel 2015 ha curato la rubrica "Green Islam" per la webradio Radio Bullets.
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