Plastica, le multinazionali ritardano le leggi ambientali. Lo studio che smaschera l’ipocrisia di Coca Cola, Nestlè e Unilever

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Si impegnano a ridurre il consumo di plastica, ma ne incentivano l’uso in Paesi con minori restrizioni ambientali, dichiarano l’intenzione di appoggiare norme a tutela dell’ambiente, ma le loro azioni sono solo greenwashing. Queste le accuse a multinazionali come Coca Cola, Nestlè e Unilever riportate in uno studio di Changing Markets Foundation.

Il consumo intensivo di plastica è un problema ambientale. Non è il solo ma è uno dei più impattanti. E il lavoro condotto dalla Changing Markets Foundation ‘Talking trash’ mostra risultati che si traducono in accuse molto infamanti.

Il report analizza infatti gli impegni volontari e le iniziative di gruppo di dieci organizzazioni considerate le più grandi inquinatrici in termini di plastica, ovvero Coca-Cola, Colgate-Palmolive, Danone, Mars Incorporated, Mondelēz, International, Nestlé, PepsiCo, Perfetti Van Melle, Procter & Gamble e Unilever, rivelando che questi vengono utilizzati per distrarre consumatori e governi, consentendo a chi inquina di continuare con le normali attività.

Una vera e propria strategia dunque, non solo una discutibile leggerezza: secondo le accuse le aziende lavorerebbero dietro le quinte per ritardare e addirittura far deragliare la legislazione ambientale, per garantirsi la possibilità di continuare a inondare il mondo con prodotti usa e getta.

I produttori di plastica avrebbero persino sfruttato la pandemia di coronavirus, nella paura generalizzata, per chiedere revisioni delle normative più stringenti e ritardi sulla legislazione ambientale.

Molto di più che greenwashing, decisamente peggio di manovre populiste che mirano a consensi di massa. Le multinazionali userebbero promesse e finti impegni ambientali per continuare le loro azioni, aggravando la situazione della permanenza di plastica nell’ambiente.

Le aziende infatti aderirebbero ad iniziative globali come l’Alliance to End Plastic della Ellen MacArthur Foundation per sembrare parte della soluzione, restando invece parte, anzi motore trainante, del problema.

I principali casi di studio analizzati nel rapporto si concentrano su Stati Uniti, Scozia, Francia, Austria, Spagna, Repubblica Ceca, Giappone, Cina, Kenya, Uruguay e Bolivia, con una breve disamina anche di Regno Unito, Portogallo e Paesi Bassi.

Emerge un quadro preoccupante, con la Coca Cola, membro di decine di azioni pro-ambiente, che proclama il sostegno ad alcune leggi anti plastica nell’Ue ma continua a fare pressioni contro di essa in Africa, Cina e Stati Uniti, e Univelever che si impegna a ridurre il suo uso di plastica vergine del 50% entro il 2025, ma nel contempo “spingendo” la plastica monouso in Paesi come India, Filippine e Malesia. Solo per citare due esempi.

Da questo si salverebbe in parte la Danone, che fa riferimento all’esigenza di “sistemi di raccolta efficaci”, impegnandosi a contribuire al raggiungimento e superamento degli obiettivi di raccolta obbligatori, come stabilito dalle autorità di regolamentazione di tutto il mondo. Anche se, osserva Changing Markets, lo farebbe solo dove le autorità fanno la prima mossa, senza farsi da promotore.

“Questo rapporto denuncia l’ipocrisia bifronte degli inquinatori di plastica, che dichiarano di essere impegnati nelle soluzioni, ma allo stesso tempo utilizzano una serie di trucchi sporchi per garantirsi di continuare a pompare plastica economica e usa e getta, inquinando il pianeta a un ritmo devastante – tuona Nusa Urbancic, Campaigns Director presso la Changing Markets Foundation – La plastica si sta riversando nel mondo naturale alla velocità di un camion della spazzatura al minuto, creando crisi per fauna selvatica, clima e salute pubblica.

E non è il caso, affatto.

“La responsabilità di questo disastro spetta a Big Plastic, inclusi i principali marchi per la casa, contro cui fa pressioni la legislazione progressista da decenni,  e che però incolpa il pubblico per lo sporco, piuttosto che assumersi la responsabilità delle proprie azioni”.

Con il coronavirus è poi tutto peggiorato: sfruttando le paure delle persone che temono contagi da superfici, i produttori stanno chiedendo revisioni normative sull’ambiente sostenendo la plastica monouso come alternativa anti-covid19.

Riuscendoci in parte: molti stati degli Stati Uniti hanno infatti sospeso i divieti sui sacchetti di plastica e molte aziende stanno optando per sacchetti di plastica e posate monouso, vietando o limitando i riutilizzabili.

Le aziende si sono difese sostenendo che, laddove i risultati non sono stati ancora raggiunti, non è però venuto meno l’impegno, che perdura con determinazione e convinzione.

Ma comunque la situazione non cambia e rischia di peggiorare.

Il report è consultabile a questo link.

Fonti di riferimento: Changing Markets Foundation

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Roberta De Carolis ha una laurea e un dottorato in Chimica, e ha conseguito un Master in comunicazione scientifica. Giornalista pubblicista, scrive per GreenMe dal 2010.
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