In Cina l’inquinamento è già tornato alle stelle: livelli di emissioni superiori a quelli pre-pandemia

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I livelli di inquinanti atmosferici nocivi per la salute in Cina hanno superato le concentrazioni negli ultimi 30 giorni quelli dei livelli pre-crisi. Lo ha rivelato un’analisi appena resa nota dal Crea, il Center for Research on Energy and Clean Air.

I risultati dello studio sono davvero inquietanti. A febbraio i livelli di inquinanti atmosferici in Cina erano crollati durante il lockdown toccando il minimo i primi di marzo ma adesso hanno superato i livelli del periodo prima della pandemia. Il boom di inquinanti sembra essere guidato dalle emissioni industriali, visto che i livelli di inquinamento nelle più grandi città, Pechino e Shanghai, sono più bassi rispetto allo scorso anno.

Secondo l’analisi del Crea, l’inquinamento sta aumentando di più nelle aree in cui prevale la combustione del carbone. A preoccupare sono anche  i livelli di ozono, vicini al record del 2018.

L’aumento delle emissioni, secondo lo studio, non può essere riconducibile a fattori meteorologici:

“Controllando le condizioni meteorologiche, le concentrazioni medie nazionali di PM2,5, SO2 e ozono negli ultimi 30 giorni erano superiori ai livelli pre-crisi, mentre le concentrazioni di NO2 erano agli stessi livelli precedenti alla crisi” si legge.

Due sono i dati che fanno più riflettere riguardo all’aumento delle emissioni industriali:

  • l’NO2 è aumentato meno nelle aree urbane densamente popolate rispetto al resto del paese, indicando che i luoghi in cui i trasporti sono la fonte chiave della produzione di tale inquinante, hanno avuto un aumento minore;
  • PM2,5 e NO2 sono aumentati di più nei luoghi con livelli di SO2 più elevati. In altre parole, i luoghi in cui la combustione del carbone è una fonte importante hanno registrato un aumento maggiore.

La SO2 è correlata alla combustione del carbone. PM2.5, NO2 e ozono sono correlati a centrali elettriche, industria e trasporti. .

Impatto del lockdown sulla qualità dell’aria

Il blocco delle attività dovuto al coronavirus ha avuto un impatto importante sull’uso di combustibili fossili in Cina e di conseguenza sulla qualità dell’aria. Nei 30 giorni successivi alla fine delle vacanze del Capodanno cinese, il 3 febbraio, la media nazionale di PM2,5 era diminuita del 33% mentre i livelli di NO2 erano scesi addirittura del 40% rispetto allo stesso periodo post-festivo del 2019. Anche le emissioni di CO2 erano diminuite del 25%, per via del minor ricorso al carbone e al petrolio.

La triste risalita delle emissioni

Era scontato che la ripartenza e la ripresa dell’economia avrebbero provocato un’inversione di tendenza e una crescita delle emissioni ma un punto non lo era affatto: l’inquinamento atmosferico sta superando i livelli pre-crisi:

“Un tale superamento significherebbe una ripresa ‘sporca, guidata dai settori più altamente inquinanti” si legge nello studio.

Le ragioni dell’aumento delle emissioni purtroppo sono chiare: le emissioni dalle centrali elettriche, dell’industria e anche dei trasporti sono state tutte crescenti. Il consumo di carbone in 5 importanti aziende produttrici di energia elettrica nella Cina orientale è aumentato all’inizio di maggio per la prima volta rispetto ai livelli del 2019. Anche la produzione di energia termica è aumentata dell’1% ad aprile, dopo essere calata dell’8% a marzo.

variazione inquinanti

©CREA

La storia si ripete

Purtroppo si tratta di un copione già scritto e già visto. Nella maggior parte dei casi, i recuperi della Cina dopo forti periodi di crisi sono stati tutti correlati ad aumenti del consumo di combustibili fossili, dell’inquinamento atmosferico e delle emissioni di CO2. Uno dei più noti è il pacchetto di incentivi del 2008 che ha inaugurato un’ondata senza precedenti di progetti di costruzione e di conseguenza livelli record di consumo di carbone, cemento e acciaio. Il programma è culminato nei terribili episodi di inquinamento atmosferico dell’inverno 2012-13, noti come “airpocalypse“.

Un altro preoccupante parallelo alla situazione attuale è il “boom degli investimenti SARS” avviato dal governo nel 2003 per compensare gli impatti economici negativi dell’epidemia di SARS che provocò un aumento dell’inquinamento nella regione di Pechino.

Stessa cosa sta accadendo oggi:

“Ora ci sono segnali premonitori che la ripresa della Cina dalla crisi COVID-19 stia invertendo i miglioramenti della qualità dell’aria, con livelli medi di PM2,5, NO2, SO2 e di ozono nella media nazionale che stanno raggiungendo e superando i livelli dello stesso periodo dell’anno scorso. Tutti e quattro gli inquinanti hanno gravi ripercussioni sulla salute e le loro concentrazioni in Cina rimangono ben al di sopra dei livelli di sicurezza nonostante i miglioramenti della qualità dell’aria ottenuti dopo “l’airpocalypse” nel 2013″.

Non abbiamo imparato nulla, non abbiamo capito nulla.

Per leggere il report completo clicca qui

Fonti di riferimento: EnergyandCleanAir

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Giornalista pubblicista specializzata in Editoria, Comunicazione Multimediale e Giornalismo. Nel 2011 ha vinto il Premio Caro Direttore e nel 2013 ha vinto il premio Giornalisti nell’Erba grazie all’intervista a Luca Parmitano.
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