Carne e deforestazione: gli indigeni dell’Amazzonia intentano una causa storica contro il supermercato francese

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Ben 11 gruppi indigeni dell’Amazzonia, sostenuti da ONG internazionali operative negli Stati Uniti e in Francia, chiedono alla catena di supermercati francese Groupe Casino un risarcimento dei danni pari a 3.1 milioni di euro, per aver distrutto l’Amazzonia. Citata in giudizio da 11 gruppi indigeni, Casino è accusata di offrire nei propri punti vendita francesi carne bovina — nello specifico, carne di manzo brasiliana — ottenuta da allevamenti di bestiame creati a seguito di progetti di land-grabbing e deforestazione.

Il 3 marzo scorso, alcuni gruppi indigeni del Brasile e della Colombia hanno portato dinanzi ad un tribunale di Saint-Etienne, nella Francia sudorientale, il Groupe Casino, in applicazione di una legge francese emanata nel 2017, secondo cui le aziende sono obbligate ad assicurare sostenibilità ambientale e rispetto dei diritti umani per quanto concerne le proprie catene di fornitura. Casino sarebbe colpevole di aver offerto nei propri punti vendita francesi carne bovina ottenuta da allevamenti di bestiame considerati illegali.

Le comunità indigene hanno individuato e denunciato la presenza di un’area di deforestazione avente una superficie cinque volte maggiore rispetto a quella di Parigi. In particolare, le attività industriali prevalenti nell’area, in primis l’allevamento di bovini, avrebbero messo a rischio il diritto alla sopravvivenza delle comunità indigene locali, privandole di foreste e di terre comuni e, di conseguenza, dei più essenziali mezzi di sostentamento.

Secondo i nativi, la deforestazione in Sud America, soprattutto in Brasile, avrebbe aperto la strada al profittevole settore dell’allevamento del bestiame. La carne bovina ottenuta da quel genere di allevamenti è stata ceduta al Grupo Pão de Açucar (GPA), cioè al più grande rivenditore di generi alimentari del Brasile, controllato da Casino. Stessa storia vale per il rivenditore colombiano Almacenes Éxito, anch’esso gestito da Casino.

Per difendersi dalle accuse, Casino ha negato l’accaduto e ha pubblicamente dichiarato di aver sempre adottato un approccio serio e rigoroso nella selezione delle proprie catene di approvvigionamento.

Inoltre, il GPA ha riferito che nel 2016 l’azienda aveva già definito i criteri che i suoi fornitori erano tenuti a rispettare, tra i quali ha menzionato “zero deforestazione” dell’Amazzonia e stop a forme di schiavitù, al lavoro minorile, e all’invasione di terre indigene o di aree protette.

Tuttavia, secondo le prove raccolte e analizzate dal Center for Climate Crime Analysis in merito a questo caso, Casino avrebbe regolarmente acquistato carne di manzo da tre macelli di proprietà della società brasiliana JBS S.A., imponente azienda di lavorazione e produzione di carne, la più grande a livello mondiale, accusata appunto aver favorito la deforestazione amazzonica.

I tre macelli avrebbero acquistato bestiame da 592 fornitori, resisi responsabili della deforestazione di almeno 50.000 ettari di terreno tra il 2008 e il 2020.

Luiz Eloy Terena, leader del popolo brasiliano Terena, ha affermato in proposito che:

“La richiesta di carne bovina da parte di Casino e Pão de Açucar ha favorito la deforestazione, l’accaparramento di terre e la violenza, inclusi gli omicidi ai danni di leader indigeni intenzionati ad opporre resistenza”.

“Con questa causa legale, vogliamo che l’azienda si assuma le proprie responsabilità per le conseguenze dei propri comportamenti e intendiamo ridare speranza e sollievo ai nostri popoli indigeni che devono affrontare tale situazione nelle loro terre”.

Si pensi che, secondo stime ufficiali, solo nel 2020 ben 8.426 chilometri quadrati dell’Amazzonia brasiliana sono andati persi a causa della deforestazione e 1.590 chilometri quadrati di foresta sono scomparsi in Colombia.

Fonti: Mighty Earth/BBC

 

 

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Donatella Vincenti. Laureata in Lingue e Scienze Politiche, nel 2017 ha conseguito un dottorato alla Luiss sulla transizione ecologica nel mondo arabo-islamico. Nel 2015 ha curato la rubrica "Green Islam" per la webradio Radio Bullets.
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