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Gli indiani Apache dell’Arizona sfidano le due compagnie minerarie più potenti al mondo

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In Nord America, la tribù San Carlos dei nativi indiani Apache e altre tribù indigene stanno portando avanti una battaglia legale contro due grandi multinazionali del settore minerario, Rio Tinto and BHPBilliton, per salvare un sito sacro e spiritualmente importante, Oak Flat. Situato nel deserto dell’Arizona, 70 miglia a est di Phoenix, Oak Flat (o Chi’chil Bildagoteel) rischia di scomparire. Le miniere di rame costituiscono una minaccia esistenziale per la riserva di Oak Flat e per le comunità indigene e hanno un impatto negativo sull’ambiente, sul turismo e sull’economia locali.

La privatizzazione che vuole cancellare Oak Flat

Rio Tinto e BHPBilliton sono due multinazionali del settore minerario, intenzionate a sfruttare un prezioso deposito di rame che intaccherebbe una parte del sottosuolo del sito di Oak Flat, tutelato dagli anni Cinquanta da un ordine esecutivo presidenziale. Ora, a seguito di un provvedimento del Congresso USA, Oak Flat e i territori limitrofi rischiano di cadere nelle mani di privati. Estesi terreni pubblici, finora protetti per il loro portato religioso e culturale, sono destinati ai due giganti del settore minerario. In particolare, sarebbe in progetto la costruzione di una nuova miniera di rame nei pressi della località di Superior, a un’ora di viaggio (circa 100 km) in direzione est dalla città di Phoenix. Il progetto intaccherebbe il sito di Oak Flat, noto non solo per il suo valore spirituale ma anche per la valenza ricreativa dell’area, dove si tengono intense attività di campeggio ed escursionismo tra le sue antiche pareti rocciose.

La Tonto National Forest è un luogo affascinante, che racchiude un ricco patrimonio culturale e spirituale. Si possono trovare incisioni rupestri e luoghi di sepoltura; ospita inoltre il leggendario Apache Leap, da cui si narrava che i guerrieri Apache avessero perso la vita dopo essere precipitati giù dalla sua estrema vetta, costretti dai soldati statunitensi.

Per Wendsler Nosie Sr., tra i più anziani della comunità San Carlos Apache, Oak Flat (o Chi’chil Bildagoteel) è la terra del suo popolo e solo ad esso appartiene.

“This place has religious significance since the beginning of time, in today’s present and into the future. It’s our identity, it makes up who we are.”

Nosie paragona Oak Flat al Monte Sinai in Egitto, dove si narra che Mosé abbia ricevuto da Dio i Dieci Comandamenti.

L’azione legale

Lo scorso 12 gennaio, gli Apache hanno citato in giudizio l’amministrazione Trump dinanzi alla Corte del distretto di Phoenix (USA), avanzando la richiesta di negare la cessione di Oak Flat al gigante minerario anglo-australiano Rio Tinto e alla società controllata, la joint venture Resolution Copper.

Dopo tre giorni, il 15 gennaio, quasi allo scadere del mandato presidenziale di Trump, la U.S. Forest Service ha pubblicato una dichiarazione finale sull’impatto ambientale dell’opera. Il documento, di fatto, autorizza il trasferimento di Oak Flat alla Resolution Copper, nonostante la netta opposizione di Apache Stronghold, della San Carlos Apache Tribe, della White Mountain Apache Tribe e di altre centinaia di tribù di nativi americani, che temono dannose conseguenze per le risorse idriche e culturali del luogo.

Secondo quanto dichiarato dai vertici di Resolution Copper, tuttavia, la costruzione della miniera sotterranea, avente una profondità di 2 km, potrebbe creare quasi 4.000 nuovi posti di lavoro. Inoltre, decine di miliardi di dollari sarebbero investiti in progetti a sostegno dell’economia della regione. Resolution Copper nega che il processo di approvazione del progetto sia stato appositamente accelerato e promette di avviare una consultazione pubblica con le 11 tribù di indigeni americani che vivono nella regione.

La “traballante” reputazione di Rio Tinto

Nel maggio scorso, Rio Tinto Group, la terza società mineraria più grande al mondo, ha fatto esplodere due antiche cave rocciose nella grotta di Juukan Gorge, nella regione di Pilbara, in Australia occidentale, allo scopo di espandere un’enorme miniera di ferro.

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L’esplosione ha cancellato in un solo colpo solo 46.000 anni di storia umana, distruggendo un sito che gli archeologi ritengono fosse di grande pregio culturale per i custodi tradizionali del luogo, le tribù Puutu Kunti Kurrama e Pinikura (PKKP).

Un altro grave episodio che mina la reputazione del gruppo industriale riguarda l’azione legale intrapresa dagli abitanti di Bougainville, in Papua Nuova Guinea, dove sorgeva la miniera di Panguna, gestita da una branch di Rio Tinto. Le operazioni di estrazione mineraria hanno scatenato nell’isola autonoma una vera e propria guerra civile, che ha costretto la miniera a chiudere i battenti nel 1989 (dopo 17 anni di attività), ed ha causato una devastazione ambientale senza precedenti, inquinando le risorse idriche (il fiume Jaba) e minando la biodiversità locale, fino all’estinzione della volpe volante.

Fonti: ABC News/Earthworks/Indian Country Today

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Donatella Vincenti. Laureata in Lingue e Scienze Politiche, nel 2017 ha conseguito un dottorato alla Luiss sulla transizione ecologica nel mondo arabo-islamico. Nel 2015 ha curato la rubrica "Green Islam" per la webradio Radio Bullets.
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