Incarcerati o uccisi gli attivisti dell’Honduras che lottano contro la miniera per salvare fiumi e parchi naturali

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Il nord dell’Honduras è protagonista di una lunga battaglia ambientalista contro la costruzione di una miniera all’interno di una riserva protetta. Le prime vittime dei progetti minerari sono i residenti delle comunità locali, che non hanno prospettive di una vita dignitosa e sono costretti a migrare per sopravvivere.

L’Honduras è un paese vulnerabile ad eventi meteorologici estremi. Due uragani, Eta e Iota, hanno colpito il paese alla fine del 2020, tra il 1° e il 16 novembre, distruggendo case, coltivazioni e infrastrutture. Al 25 novembre 2020, il bilancio del disastro era di 437.212 sfollati, 96.649 persone ospitate in alberghi, 10 dispersi, 24 feriti e 95 morti.

Alla grave crisi umanitaria si è aggiunta la pandemia da coronavirus, con le relative misure di contenimento, che hanno messo in ginocchio la popolazione. A causa dell’impatto negativo dei cambiamenti climatici, l’Honduras è al centro di una grande crisi migratoria. Nel gennaio 2021, circa 7.500 migranti e richiedenti asilo dell’Honduras hanno formato lunghe carovane dirette in Messico e gli Stati Uniti, ma il fenomeno è già noto alla cronaca internazionale dal 2018-2019, quando Trump minacciava la costruzione di un muro anti-immigrati.

Il nesso miniera-migrazioni

Chi aveva perso il lavoro e chi non aveva più una casa dove vivere è stato costretto a migrare all’estero. Altri, invece, sono diventati migranti interni, guidati da motivazioni economiche, sociali o ambientali. Per esempio, un insostenibile progetto minerario può avere conseguenze socio-ambientali devastanti — il drenaggio acido della miniera, la scarsità idrica, gli atti di violenza e criminalità ad esso associati — che spingono molte persone ad abbandonare le proprie case e a migrare altrove o addirittura in un altro paese. Sono i nuovi rifugiati ambientali.

L’attività mineraria e l’estrazione di risorse naturali possono quindi accelerare l’impatto dei cambiamenti climatici e contribuire alla creazione di flussi migratori più o meno localizzati. La costruzione di una miniera di ossido di ferro all’interno di una parco nazionale situato a sud della città di Toco (dipartimento di Colón), nell’Honduras nordorientale, ha scatenato una dura battaglia di opposizione che va avanti da tempo, tra violenze e conflitti.

I residenti della comunità locale contestano la miniera, gestita dalla società Inversiones Los Pinares S.A., perché vogliono proteggere il loro fiume. Alcuni attivisti si trovano in prigione, altri sono stati chiamati in tribunale, altri ancora subiscono minacce di morte o sono stati barbaramente uccisi.

La società honduregna, legata ad importanti magnati economici e personaggi politici, possiede la miniera di ossido di ferro di Los Pinares e un impianto di lavorazione in costruzione. L’impresa mineraria ha anche potenti alleati stranieri. La società siderurgica Nucor Corporation, il più grande produttore di acciaio statunitense, detiene una quota di partecipazione al progetto. Prima della sua nomina a Segretario della Difesa degli Stati Uniti, il generale Lloyd Austin era membro del consiglio di amministrazione della Nucor.

Dopo una serie di manovre politiche, l’azienda ha ottenuto i diritti legali per la costruzione della miniera. Il sito giace all’interno dell’area protetta del Parco Nazionale Carlos Escaleras. Il Parco Nazionale, che è una delle 89 riserve naturali protette del paese, prende il nome da un ambientalista di Tocoa assassinato nel 1997 per essersi opposto alla creazione di un impianto di lavorazione di olio di palma africano.

L’attività mineraria non è consentita nelle zone-nucleo delle aree protette. Invece di tutelare il proprio patrimonio naturale, il Congresso Nazionale dell’Honduras nel dicembre 2013 ha approvato un disegno di legge che ha modificato i confini interni del parco riducendo l’area protetta di 217 ettari per escludere l’area mineraria dalla zona-nucleo, consentendo quindi all’azienda di ottenere la concessione mineraria il mese successivo.

Almeno 20 comunità locali sono a rischio

I residenti delle comunità Guapinol e Concepción, più vicini alla miniera, nel timore che il fiume potesse essere contaminato, hanno iniziato a mobilitarsi e a protestare contro la costruzione della miniera. Altri abitanti della regione, tra cui quelli della città di Tocoa, si sono uniti alla lotta e hanno formato un comitato ambientale locale. A Ceibita, invece, il progetto minerario gode di ampio supporto, nella speranza di migliori opportunità occupazionali.

La regione di Tocoa è completamente militarizzata e a Ceibita sono attivi potenti gruppi armati, con presunti legami con la criminalità locale. Nel paese è labile il confine tra bande armate, organizzazioni criminali impegnate nel traffico di droga (tra cui il fratello del presidente dell’Honduras), attività paramilitari, forze di sicurezza, guardie nazionali, grandi interessi imprenditoriali e classe politica. Ciò implica che se non collabori e non sei colluso, sei costretto a migrare.

Per chi resta, i rischi sono molteplici. L’Honduras è uno dei paesi più pericolosi al mondo per gli ambientalisti. Leader indigeni, attivisti per il diritto alla terra e ambientalisti comunitari sono costantemente in pericolo di vita a Tocoa e nella più vasta regione della Valle di Aguán. Decine di attivisti sono stati uccisi per aver contestato le estese piantagioni di olio di palma presenti nella valle.

Fonti: Agenda propria/Inequality.org

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Donatella Vincenti. Laureata in Lingue e Scienze Politiche, nel 2017 ha conseguito un dottorato alla Luiss sulla transizione ecologica nel mondo arabo-islamico. Nel 2015 ha curato la rubrica "Green Islam" per la webradio Radio Bullets.
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