Addio all’antica città millenaria di Hasankeyf in Turchia, colpa di una maxi diga

Hasankeyf città

Hasankeyf, nel sud-est della Turchia, ha iniziato ufficialmente a sparire dalla faccia della terra. Sta svanendo, infatti, sotto il peso di una nuova gigantesca diga idroelettrica sul fiume Tigri una delle città più antiche della Turchia: è quasi una settimana che è iniziato l’invaso del sito archeologico per creare una centrale idroelettrica da 10 miliardi di metri cubi di acqua.

Ciò vuol dire 199 i villaggi sommersi sul Tigri e 6mila curdi obbligati a lasciare le case.

Sin dall’inizio, la diga di Ilisu e il progetto della centrale idroelettrica sono stati molto controversi, sia sulle rive del Tigri nella regione del Kurdistan turco, che in tutto il bacino, fino alle paludi della Mesopotamia nel sud dell’Iraq. Ma il governo turco ha portato comunque avanti il suo programma, incurante dei gravi effetti sociali, culturali ed ecologici e delle continue lotte a livello locale.

Nulla da fare, infatti: la Valle del Tigri, dove si trova il sito archeologico di Hasankeyf e altri quasi 200 villaggi, sarà sommersa nel bacino da 10 miliardi di metri cubi di acqua della Diga Ilisu.

Il progetto

Il progetto Ilisu sul fiume Tigri è la più grande centrale idroelettrica o diga pianificata costruita dal governo turco. Avviata nel 1997, è una parte fondamentale del Southeastern Anatolia Project (Progetto dell’Anatolia del sud-est o GAP) nel sud-est, prevalentemente popolato dai curdi dello stato turco. Il GAP consiste nella costruzione di 22 grandi dighe con una capacità di 8mila MW e l’irrigazione pianificata di 1,8 milioni di tonnellate. Il progetto Ilisu invaderebbe il Tigri su un tratto di 136 km e un’area di 313 km².

Secondo gli ideatori del progetto, il bacino idrico di Ilisu avrebbe inondato completamente o parzialmente 199 villaggi e l’antica città di Hasankeyf (3mila abitanti), per un totale di 55mila persone, ma, secondo numeri più precisi, ad essere interessate sono circa 100mila persone (andrebbero aggiunte infatti quelle circa 25mila persone costrette a partire negli anni ‘90 quando 80 villaggi furono evacuati forzatamente dall’esercito turco e le 3mila famiglie nomadi, che usano il fiume Tigri per i loro spostamenti).

La stragrande maggioranza è curda, mentre la metà della popolazione di Hasankeyf – antica di 12mila anni – è araba (fino al genocidio armeno-siriano durante la prima guerra mondiale una parte importante di Hasankeyf e alcuni villaggi divennero siriani).

Più del 40% delle persone colpite dalla costruzione di questa diga non possiede terra e non otterrà alcuna ricompensa, perdendo di fatto quasi tutto. Per gli altri piccoli abitanti dei villaggi il tasso di espropriazione è basso e non troveranno terreni adeguati per il reinsediamento, né per ora esistono altre misure di compensazione del reddito.

Un comportamento centralista del governo turco, questo, che non dà spazio ad alcuna partecipazione da parte delle persone colpite direttamente, delle organizzazioni civili e né tanto meno dei comuni colpiti. Tutto è stato progettato e implementato ad Ankara e, inutile dirlo, a livello locale o regionale solo alcuni grandi proprietari terrieri e alcune aziende locali ne beneficeranno economicamente.

Una rovina per i siti archeologici

distruzione Hasankeyf

Il progetto Ilisu si sviluppa in Mesopotamia superiore, la “culla della civiltà”, e interesserebbe più di 400 siti archeologici. La sola Hasankeyf è stata sulla Via della Seta per secoli, ha rappresentato una delle più grandi città del Medioevo e comprende tracce di 20 diverse culture orientali e occidentali, centinaia di monumenti e fino a 5.500 caverne create dall’uomo.

Inoltre Hasankeyf e la circostante Valle del Tigri soddisfano nove dei dieci criteri del patrimonio mondiale dell’UNESCO, ne basterebbe uno per classificarlo “patrimonio dell’Umanità”, ma nessuna richiesta è stata mai presentata dal governo turco.

Piuttosto, il fatto che Hasankeyf sia stato dichiarato sito archeologico di primo grado dal Consiglio supremo dei monumenti turchi nel 1978, è stato piuttosto utilizzato dal governo per impedire qualsiasi sviluppo urbano o investimento per il turismo pianificato e sostenibile. Anzi, ad oggi è ufficialmente uno dei quartieri più poveri della Turchia.

Addio biodiversità

Il guaio del progetto Ilisu è anche questo: il grande intervento inonderebbe fino a 400 km di prezioso habitat fluviale, che ospita molte specie, come la tartaruga dal guscio morbido dell’Eufrate già in via di estinzione. I tratti del fiume Tigri sono ecologicamente ancora molto preziosi e molto importanti per l’intera ecologia della regione. Ad esempio, la sola Hasankeyf ospita almeno 123 uccelli.

Il clima regionale, inoltre, cambierebbe anche perché, per i pochi studi svolti, si prevede che la qualità dell’acqua del giacimento sarà estremamente bassa, portando a massicci stermini di pesce e minacciando la salute delle persone. Più a valle, il flusso d’acqua ridotto avrà un effetto negativo sulle paludi mesopotamiche in Iraq – la più grande area umida del Medio Oriente e sito del patrimonio mondiale dell’UNESCO.

Si assisterà, insomma, alla distruzione della biodiversità, soprattutto quella della fauna, e vi si aggiungeranno deforestazione, erosione del suolo (con possibilità di scosse di terremoti locali) e la definitiva riduzione degli abitanti alla condizione di sfollati e profughi interni.

Infine, in zone già provate da conflitti interni, il governo turco prenderà ancora più il controllo totale delle risorse idriche e sarà in grado di ridurre alla sete per ragioni geo-politiche parte dell’Iraq.

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