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“Greenwashing”: le aziende più inquinanti del mondo diventano sponsor sportivi (che “soffocano” atleti e Pianeta)

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Secondo gli autori di un recente rapporto, dall’eloquente titolo Sweat not oil, pubblicato lo scorso 22 marzo dal New Weather Institute, le multinazionali del petrolio e del gas e diverse compagnie aree e automobilistiche — considerate grandi emittrici di carbonio e dunque responsabili dell’attuale crisi climatica globale — avrebbero investito centinaia di milioni di dollari in progetti di sponsorizzazione sportiva.

Si tratterebbe invero di una strategia di green-washing (“ambientalismo di facciata”) volta a far credere al mondo dello sport che questi giganti industriali siano particolarmente sensibili ai temi ecologici e che quindi non abbiano in alcun modo contribuito alla catastrofe climatica a cui staremmo assistendo.  

Di fronte a questo inaccettabile stato di cose, alcuni atleti e gruppi ambientalisti stanno chiedendo a gran voce al settore dello sport di fare un passo indietro e di svincolarsi al più presto da questi falsi simpatizzanti dell’ambiente, del benessere e dello sport. 

Lo sport corteggiato da sponsor “inquinanti”

Il citato studio si sofferma su ben 250 accordi pubblicitari e di sponsorizzazione siglati tra le principali squadre e organizzazioni sportive del mondo e i grandi conglomerati industriali ad elevata impronta di carbonio, dalle compagnie automobiliste e aeree alle grandi compagnie del petrolio e del gas, tra cui Ineos, azienda chimica britannica il cui marchio è lo sponsor di una delle più prestigiose squadre professionali di ciclismo.

Andrew Simms, co-autore del rapporto e co-direttore del New Weather Institute, ha dichiarato che mentre lo sport sembra essere in prima linea nell’emergenza climatica, galleggia su un mare di accordi di sponsorizzazione con i principali inquinatori mondiali.

In tal modo, la crisi climatica rivelerebbe i suoi più nefasti effetti, accentuati da una palese legittimazione di attività e stili di vita ad alte emissioni di carbonio, quindi inquinanti, che, a loro volta, avrebbero drasticamente ridotto la portata e la rilevanza della mobilitazione internazionale per il clima.

Come già detto, il rapporto stilato dal New Weather Institute, in collaborazione con l’organizzazione benefica per il clima Possible e con la Rapid Transition Alliance, ha identificato una fitta rete di accordi pubblicitari e di sponsorizzazione tra i protagonisti di 13 sport, tra cui calcio, cricket e tennis, e le maggiori industrie inquinanti del mondo. Il calcio ha concluso il maggior numero di accordi, ricevendo 57 sponsorizzazioni da industrie ad alte emissioni di CO2, cioè da società petrolifere e del gas e da alcune compagnie aeree.

Falsi amici?

Il rapporto spiega che l’industria automobilistica è il settore ad alta emissione di carbonio più presente nel mercato mondiale della sponsorizzazione sportiva; ha concluso 199 accordi coprendo tutti gli sport. Le compagnie aeree si collocano al secondo posto con 63 accordi, seguite da importanti compagnie petrolifere e gasifere quali Gazprom e Ineos, i cui accordi sono stati duramente criticati da molti attivisti impegnati nelle campagne sul clima.

Non era un caso che quando Ineos era in procinto di diventare sponsor del Team Sky Cycling nel 2019, un portavoce dell’azienda chimica avesse confermato l’impegno della società nel promuovere l’economia circolare.

La casa automobilistica Toyota risulta essere il maggiore sponsor, totalizzando ben 31 accordi, seguita dalla compagnia aerea Emirates con 29 partnership ottenute.

Melissa Wilson, membro della squadra di canottaggio della Gran Bretagna per le Olimpiadi di Tokyo, ha aderito alla recente campagna. A suo parere, permettere alle industrie inquinanti di sponsorizzare gli organismi e le società sportive di fronte all’emergenza climatica non sarebbe diverso dal tentativo di spingere gli atleti al doping. Lo sport e gli atleti dovrebbero invece favorire in ogni modo e con ogni mezzo lo “sport pulito” e diventare i veri protagonisti dello sforzo globale per raggiungere l’obiettivo di zero emissioni di carbonio. 

Combattere lo sport-wash

Simms ha definito il fenomeno come sport-wash, che si verifica quando le industrie fortemente inquinanti sponsorizzano lo sport per ritagliarsi un fittizio ruolo di simpatizzanti di un’attività salutare, mentre in realtà stanno pompando inquinamento letale in atmosfera. Infatti, sarebbero proprio loro a inquinare l’aria che gli atleti respirano, finendo per distruggere la stabilità climatica da cui ogni sport innegabilmente dipende.

Questi grandi inquinatori avrebbero preso il posto delle maggiori aziende produttrici di tabacco, diventando i nuovi sponsor sportivi per eccellenza. La sponsorizzazione del tabacco nello sport è vietata, ma ora, proprio per lo stesso motivo — avverte Simms — dovrebbero essere sospesi anche gli accordi con i giganti industriali dell’inquinamento climatico, a salvaguardia della salute delle persone, dello sport e del pianeta.

La pubblicazione britannica è in linea con una parallela campagna di alto profilo contro gli accordi di sponsorizzazione tra le istituzioni artistiche britanniche e i giganti del petrolio e del gas. Alcune di queste istituzioni hanno già deciso di recidere i solidi legami con alcune compagnie di combustibili fossili.

Simms ha infine sottolineato che lo sport, da sempre considerato un elemento chiave per la sensibilizzazione dell’opinione pubblica mondiale e nella promozione di politiche globali innovative su questioni socio-economiche cruciali, dalla povertà infantile al razzismo, potrebbe ora diventare uno strumento di promozione della lotta ai cambiamenti climatici globali.

Fonti: New Weather Institute/Eco-Watch

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L'articolo riprende studi pubblicati e raccomandazioni di istituzioni internazionali e/o di esperti. Non avanziamo pretese in ambito medico-scientifico e riportiamo i fatti così come sono. Le fonti sono indicate alla fine di ogni articolo
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Donatella Vincenti. Laureata in Lingue e Scienze Politiche, nel 2017 ha conseguito un dottorato alla Luiss sulla transizione ecologica nel mondo arabo-islamico. Nel 2015 ha curato la rubrica "Green Islam" per la webradio Radio Bullets.
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