I 100 giganti che si sono spartiti gli oceani: così le multinazionali “governano” i nostri mari

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L’oceano è una risorsa preziosa, indispensabile per affrontare gran parte delle future sfide globali: sicurezza alimentare, lotta ai cambiamenti climatici, approvvigionamento di risorse energetiche e naturali, migliori standard di assistenza medica.

Secondo un recente report dell’OCSE (2020), il destino di sopravvivenza di oltre tre miliardi di persone dipende dagli oceani. L’immenso patrimonio di risorse e l’enorme potenziale economico, sociale e tecnologico che esso racchiude hanno anche attratto numerosi investimenti, saldamente in mano a grandi società transnazionali.

L’oceano ha quindi aperto una nuova frontiera economica.

L’economia degli oceani

Mentre sono scarsi i progressi raggiunti nel campo della conservazione e dello sviluppo sostenibile degli oceani, la cosiddetta “economia degli oceani” ha invece assunto le caratteristiche di un mercato emergente, alimentato dalla rapida accelerazione nell’uso commerciale degli oceani. Il settore è dominato da operatori economici privati, che hanno adeguato le modalità d’uso e le attività di gestione delle risorse marittime ed oceaniche a specifiche esigenze produttive e di business.

L’economia degli oceani include non solo le industrie marittime (ad esempio, i trasporti, la pesca, la produzione offshore di energia eolica, la biotecnologia marina), ma anche la fornitura di beni naturali e servizi ecosistemici, quali risorse ittiche, rotte di navigazione e trasporto marittimo, assorbimento di CO2 e di altri elementi.

Tuttavia, i rischi associati all’eccessivo sfruttamento delle risorse marittime e oceaniche sono molteplici; l’inquinamento, la riduzione della biodiversità e l’impatto negativo dei cambiamenti climatici potrebbero mettere in crisi gli ecosistemi dell’oceano qualora non venissero adottati approcci responsabili e sostenibili nel promuoverne lo sviluppo economico. Le maggiori vulnerabilità riguardano l’assottigliamento delle riserve ittiche, il progressivo degrado degli habitat e degli ecosistemi, e la perdita di biodiversità.

Risale allo scorso 13 gennaio la pubblicazione sulla rivista Science Advances della ricerca condotta da un gruppo di ricerca afferente al Duke Nicholas Institute dell’Università Duke (USA) e allo Stockholm Resilience Centre dell’Università di Stoccolma (Svezia). I ricercatori hanno identificato le 100 società transnazionali che assorbono gran parte dei profitti derivanti dall’economia dell’oceano. Secondo gli autori della suddetta ricerca, solo nel 2018 le “Ocean 100” hanno monetizzato il 60 percento dei 1,9 triliardi di dollari ottenuti dalle principali industrie legate all’economia dell’oceano. Se il gruppo di aziende (tra cui figurano la nota compagnia petrolifera saudita Saudi Aramco e la brasiliana Petrobras) fosse un singolo Stato, esso rappresenterebbe la 16a economia mondiale.

Tra le otto industrie prese in esame:

  • petrolio e gas offshore;
  • attrezzature e costruzioni marittime;
  • produzione e lavorazione di risorse ittiche;
  • trasporto di container;
  • costruzione e riparazione navale;
  • turismo da crociera;
  • attività portuali;
  • eolico offshore

I maggiori guadagni derivano dalle trivellazioni offshore. Inoltre, 10 “giganti aziendali” controllano da soli il 45 percento dei proventi di ciascuna industria considerata.

John Virdin, Direttore dell’Ocean and Coastal Policy Program del Duke Nicholas Institute for Environmental Policy Solutions e principale autore del citato studio, ha sottolineato che l’identificazione dei principali beneficiari dell’economia degli oceani potrebbe contribuire ad innalzare gli standard di trasparenza in materia di sostenibilità e di tutela degli oceani.

Henrik Österblom, Direttore scientifico dello Stockholm Resilience Centre e coautore della ricerca, ha osservato che le sedi ufficiali delle imprese transnazionali analizzate sono localizzate in un ristretto numero di paesi; a suo parere, ciò potrebbe favorire la promozione di una serie di interventi coordinati da parte di alcuni dei governi coinvolti, i quali potrebbero contribuire alla ridefinizione dei processi di interazione tra settore privato e risorse oceaniche.

Organizzazioni ambientaliste come la Ocean Conservancy, gruppo di difesa ambientale senza scopo di lucro con sede a Washington, D.C., negli Stati Uniti, potrebbero fare pressione sulle società transnazionali identificate nella ricerca per spingerle ad adottare strategie di mitigazione dei cambiamenti climatici e a perseguire gli obiettivi di sostenibilità fissati dalla comunità internazionale. Quest’ultima ha adottato nel 2015 l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, che include un obiettivo globale dedicato per la prima volta ai mari e agli oceani.

L’obiettivo di sviluppo sostenibile (SDG) numero 14 richiede infatti di “Conservare e utilizzare in modo durevole gli oceani, i mari e le risorse marine per uno sviluppo sostenibile”.

I vertici delle grandi imprese transnazionali, forti del loro status di leader economici globali, sarebbero quindi nella posizione di guidare e orientare l’economia degli oceani verso obiettivi di sostenibilità, in linea con gli standard internazionali.

Sempre nel 2015 Österblom e i suoi colleghi hanno pubblicato un articolo scientifico in cui viene presentata un’interessante analogia tra le società transnazionali e le specie chiave di un ecosistema, in grado di guidarne lo sviluppo e in possesso di un potere tale da influenzare il modo in cui operano le altre specie presenti nell’ecosistema stesso.

Non è tuttavia sufficiente l’impegno dei colossi industriali mondiali in tema di sostenibilità. In un articolo comparso su Vox nell’ottobre 2020, i due autori riferiscono che nel 2018 la Chevron aveva annunciato che nell’anno in corso avrebbe investito 100 milioni di dollari in progetti di riduzione delle emissioni, attingendo al proprio Future Energy Fund.

Nello stesso anno, Chevron ha però investito ben 20 miliardi di dollari nel settore Oil&Gas. Secondo l’articolo, riporre completa fiducia nella responsabilità sociale d’impresa (CSR) non sembra altrettanto soddisfacente. Gli slogan confezionati dalle società transnazionali hanno una vasta visibilità pubblica che tuttavia solo in rari casi si traduce in azioni concrete per la sostenibilità ambientale e socio-economica degli ecosistemi globali.

Fonti: EcoWatch/Ocse/Unric.org/ Stockhom Resilience.org/ Ocean Conservancy.org/Vox

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Donatella Vincenti. Laureata in Lingue e Scienze Politiche, nel 2017 ha conseguito un dottorato alla Luiss sulla transizione ecologica nel mondo arabo-islamico. Nel 2015 ha curato la rubrica "Green Islam" per la webradio Radio Bullets.
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