Fukushima: le radiazioni sono il doppio di quelle dichiarate

Condividi su Whatsapp Condividi su Linkedin

Fukushima peggio di Chernobyl. Lo sapevamo già. Qualche mese fa il quotidiano sulla base della nuova mappa sulla radioattività presentata nel recente incontro al ministero della Scienza aveva annunciato la triste verità, rilevando in alcuni centri 1,48 milioni becquerel per metro quadro di cesio 137, la soglia di riferimento seguita per affrontare l’emergenza di Chernobyl. Anche varie lo avevano già sospettato, e oggi a conferma di ciò è giunto un altro studio, pubblicato sulla rivista Atmospheric Chemistry and Physics, e realizzato da un team di studiosi norvegesi coordinati da Andreas Stohl del Norwegian Institute for Air Research.

Secondo quanto si legge in un comunicato del Norwegian Institute for Air Research, i risultati dello studio dimostrerebbero che le situazione in Giappone è ben più grave di quanto previsto inizialmente.

Gli esperti non hanno dubbi. Dopo aver esaminato decine di stazioni di monitoraggio delle radiazioni in tutto il mondo grazie alla collaborazione dei colleghi dell’Institute for Meteorology of the University of Natural Resources and Life Sciences (BOKU-Met) di Vienna, dell’Austrian Central Institute for Meteorology and Geodynamics (ZAMG) di Vienna, dell’Institute of Energy Technologies from the Technical University of Catalonia di Barcelona (INTE) e dall’Universities Space Research Association, gli studiosi hanno notato la presenza di 1,7 moltiplicato per 1019 becquerel di Xenio 133, ben oltre la soglia già raggiunta a Chernobyl. Si tratta del più grande rilascio civile di gas nobile della storia.

Lo Xenio 133 non è né ingerito né trattenuto nel processo di inalazione e quindi al momento non desta preoccupazione per la salute, ma è utile per comprendere le conseguenze legate all’incidente della centrale di Fukushima.

Diversa la situazione del Cesio-137, che è di grande rilevanza per la salute umana anche per la lunga emivita, che arriva anche fino a 30 anni. Ed ecco cosa ha rivelato il nuovo studio: le emissioni di quest’ultima sostanza sono iniziate prima e si sono concluse più tardi di quanto previsto nella maggior parte degli studi effettuati fino ad ora. Il 19% del cesio è stato depositato sul territorio giapponese, mentre circa l’80% è finito in acqua.

Gli studiosi norvegesi sostengono inoltre che le stime effettuate dagli esperti giapponesi subito dopo il disastro sono fallaci visto che molte stazioni di rilevamento quel giorno di marzo, non potevano dare risultati veri perché private della loro efficienza dalle stesse radiazioni. Andreas Stohl sostiene inoltre che il giorno dell’incidente i danni furono comunque limitati dalla presenza del vento, che ha evitato che grossi quantitativi di sostanze radioattive finissero direttamente in mare.

Francesca Mancuso

Condividi su Whatsapp Condividi su Linkedin
Giornalista pubblicista specializzata in Editoria, Comunicazione Multimediale e Giornalismo. Nel 2011 ha vinto il Premio Caro Direttore e nel 2013 ha vinto il premio Giornalisti nell’Erba grazie all’intervista a Luca Parmitano.
Misura

“A Misura di verde”: al via il progetto che pianterà oltre 13mila alberi in Italia per combattere i cambiamenti climatici

Orto d’Autore

Come scegliere una marmellata buona e di qualità

Mediterranea

Olio di oliva e materie prime a km0: come nasce una crema Mediterranea

Schär

Schär Bio, il gluten free biologico che ha contribuito a far nascere una foresta

Cristalfarma
NaturaleBio
Seguici su Instagram
seguici su Facebook