Dieci anni dopo la fuoriuscita di petrolio nel Golfo del Messico, c’è la minaccia che il disastro si ripeta

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A dieci anni dall’esplosione e l’affondamento della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon nel Golfo del Messico, Oceana, un gruppo per la conservazione degli oceani avverte in un nuovo studio, che la minaccia di un altro disastro simile non è del tutto da escludere e che l’industria dei combustibili fossili e il governo degli Stati Uniti non hanno imparato nulla da quello che è stato un vero e proprio disastro ecologico.

Si intitola “Hindsight 2020: Lessons We Canot Ignore from the BP Disaster” e racconta ciò che è successo dieci anni fa, invitando il presidente Trump a prevenire il prossimo disastro simile alla BP, bloccando l’espansione delle trivellazioni offshore che inquinano e sono pericolose.

Come vi avevamo raccontato, in mare erano finiti greggio, schiuma e additivi chimici ad un ritmo impressionante, eppure secondo Oceana, quel disastro non ha insegnato nulla, nonostante sia stata la peggiore fuoriuscita di petrolio nella storia degli stati Uniti. Nel rapporto vengono esaminate causa e gli impatti della catastrofe che non sono del tutto stati superati. Erano morti 11 operai e alla fine nel 2013 la BP ha patteggiato la condanna con 4 miliardi e mezzo di dollari. Oceana si chiede se il disastro ha cambiato l’approccio del governo nella perforazione offshore. E la risposta è no. Nel gennaio 2018, il presidente Trump ha proposto di espandere le trivellazioni offshore in quasi tutte le acque degli Stati Uniti.

“La perforazione offshore è ancora sporca e pericolosa come lo era 10 anni fa”, ha dichiarato Diane Hoskins, direttore della campagna Oceana. “Un altro disastro è più probabile oggi mentre l’industria petrolifera trivella più in profondità e più lontano, al largo. Invece di trarre insegnamenti dal disastro della BP, il presidente Trump sta proponendo di espandere radicalmente le trivellazioni offshore, smantellando le poche protezioni messe in atto a seguito della disastrosa esplosione”.

Nel 2010, il petrolio aveva invaso il mare per 87 giorni, parliamo di oltre 200 milioni di galloni di petrolio nel Golfo del Messico. Petrolio che aveva ucciso decine di migliaia di uccelli, tartarughe marine, delfini e pesci e aveva distrutto su 1300 miglia di costa, dal Texas alla Florida. Nonostante gli sforzi di rimozione, nell’ambiente sono rimasti fino a 60 milioni di galloni di petrolio. Oceana mostra che tutto ciò è conseguenza di scarso interesse da parte del governo sul problema ambientale e che queste condizioni non sono migliorate e che espandere questo settore in nuove aree mette a rischio la salute umana e l’ambiente. Prima della pandemia di coronavirus, la pesca, il turismo e le attività ricreative negli Stati della costa orientale e occidentale sostenevano oltre 2,6 milioni di posti di lavoro e contribuivano per quasi 180 miliardi di dollari al PIL.

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@ Oona Watkins/ Oceana

“Quando perforano, si creano fuoriuscite. Il disastro della BP ha devastato il Golfo e non possiamo permetterci di ripeterlo. Proteggere il nostro ambiente non è mai stato così importante come lo è oggi. Il piano del presidente Trump è ancora un disastro prevenibile se ci uniamo per proteggere le nostre coste “, ha detto Hoskins.

Oceana ha scoperto che la costa del Golfo ha subito significative perdite economiche a seguito del disastro di Deepwater Horizon: l’industria ricreativa nel suo insieme ha perso oltre 500 milioni di dollari e oltre 10 milioni di giorni di attività di spiaggia, pesca e nautica da parte di cittadini e turisti.
Si legge nel rapporto: “La pesca e la domanda di frutti di mare del Golfo sono crollati, costando all’industria ittica quasi 1 miliardo di dollari. Il mercato immobiliare ha registrato un calo dei prezzi tra il 4% e l’8% per almeno cinque anni”. Gli sforzi per la rimozione del petrolio hanno avuto anche impatti immediati e a lungo termine sulla salute delle comunità costiere.

“Hanno distrutto la nostra gente”, ha detto a Oceana Clarice Friloux, che ha lavorato come coordinatore di sensibilizzazione per la United Houma Nation all’epoca della fuoriuscita. “Ad un certo punto, ricordo di aver pensato, ‘Questo potrebbe uccidere l’intera generazione di nativi americani che vivono al largo della costa della Louisiana.'”

Il disastro ha anche danneggiato la vita marina. Gli scienziati che hanno studiato la fuoriuscita hanno descritto vaste aree del fondo oceanico vicino al sito del pozzo, priva di qualsiasi forma di vita. “Nessuno era pronto per questo tipo di inquinamento. Per quanto ne sappiamo, l’impatto effettivo della fuoriuscita non è ancora terminato”, ha detto a Oceana il professor Tracey Sutton della Nova Southeastern University.

Secondo l’organizzazione, l’impatto ambientale del disastro di Deepwater Horizon nel Golfo non ha precedenti: per cinque anni, oltre il 75% di tutte le gravidanze dei delfini non sono andate a buon fine. Le balene di Bryde, una delle balene più minacciate al mondo, sono diminuite di circa il 22%.
Sono morti fino a 800mila uccelli, tra cui fino al 32% di gabbiani e il 12% di pellicani. Ancora, si legge nel rapporto, fino a 170mila tartarughe marine e 8,3 milioni di ostriche, senza dimenticare che popolazioni di pesci, gamberi e calamari sono diminuite dell’85%.

Oceana afferma che i pericoli della trivellazione petrolifera offshore non si limitano a catastrofi gravi come la BP Deepwater Horizon e che possono verificarsi fuoriuscite in ogni fase del processo, inclusi esplorazione, produzione, trasporto e utilizzo. A partire dal 2016, c’erano 2165 piattaforme offshore e oltre 26mila miglia di condutture nel Golfo, più che sufficienti per circondare la Terra.

“Una volta che l’industria petrolifera viene ancorata in un’area, non si può tornare indietro. Quindi, perché iniziare? ”, ha detto Cyn Sarthou, direttore esecutivo dell’organizzazione per la politica ambientale Healthy Gulf.

Ma nonostante, i titolari di aziende e le comunità lungo la costa del Golfo dell’Atlantico, del Pacifico e della Florida si oppongano all’espansione delle trivellazioni offshore, il governo americano continua la sua corsa al petrolio.

Fonte: Oceana

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Giornalista professionista, laureata in Scienze Politiche con master in Comunicazione politica, per Greenme si occupa principalmente di tematiche sociali e diritti degli animali.
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