Eni nemica del clima: nell’ultimo anno è record di idrocarburi

petrolio eni

“Eni, la controllata di Stato è nemica del clima”. Non le manda a dire Legambiente che in un lungo dossier, lancia ancora una volta, l’allarme sul “pericolo che l’azienda rappresenta, se le sue politiche non cambieranno direzione di marcia”.

Mentre tutto il mondo parla di cambiamenti climatici, di obiettivi di decarbonizzazione e di come sviluppare urgentemente azioni di adattamento e di mitigazione al surriscaldamento globale, l’ENI batte il suo record di produzione: 1,9 milioni di barili al giorno nel 2018, il numero più alto mai registrato dalla compagnia, (+5% di produzione rispetto al 2017), dice Legambiente nel dossier Dossier Enemy of the planet.

A questo poi si somma la crescita del portafoglio di titoli minerari, con l’acquisizione di 29.300 nuovi chilometri quadrati di titoli esplorativi, distribuiti tra Messico, Libano, Alaska, Indonesia e Marocco.

Il quadro fatto da Legambiente non lascia molto spazio all’immaginazione: è quello di una “multinazionale energetica proiettata verso un futuro di espansione delle estrazioni di petrolio e di gas, che riserva alle fonti pulite solo briciole di investimenti”.

“Eni sta sbagliando rotta e chiediamo al governo Conte di essere coerente con gli impegni sottoscritti a livello internazionale indirizzando le politiche aziendali sulle fonti rinnovabili” commenta il presidente di Legambiente Stefano Ciafani.

Con la firma dell’Accordo di Parigi sul clima, il mondo ha deciso, infatti, di prendere la strada della decarbonizzazione dell’economia per contenere l’aumento della temperatura media globale al di sotto dei 2°C rispetto ai livelli preindustriali, e l’uscita dalle fossili è una condizione non più negoziabile.

“Nei prossimi mesi l’Italia dovrà, come tutti gli altri Stati membri, presentare un piano coerente con gli obiettivi europei su clima e energia al 2030, in grado anche di guardare agli obiettivi al 2040, mentre Eni continua a investire soprattutto sugli idrocarburi”, continua Ciafani.

Come si legge ancora nel dossier, Eni opera in 67 paesi, dove impiega complessivamente quasi 31mila lavoratori, di cui il 77% in Europa. Le riserve di idrocarburi accertate di sua proprietà ammontano a 7.158 milioni di barili, distribuiti nei 5 continenti, per una vita utile di circa 10 anni stando agli attuali tassi di consumo.

Il 52% delle riserve si trova in Africa (3.711 milioni di barili, con una produzione di 1,06 milioni di barili/giorno, la più alta al mondo), il 26% (1.891 milioni di barili) in Asia e Oceania (dove si producono 392 mila barili/giorno di idrocarburi). Per le fonti pulite, ENI “ha come obiettivo una potenza installata di energia elettrica pari a circa 5 GW al 2025” ma nel 2018 ha investito solo 143 milioni di euro in sviluppo di progetti su rinnovabili ed economia circolare.

Il problema non sono solo i cambiamenti climatici. Eni è sotto processo a Gela in Sicilia per disastro ambientale innominato causato dalla presenza della raffineria, oggi in via di riconversione a olio di palma. In Val d’Agri, in Basilicata, dagli anni 90 c’è lo sfruttamento di uno dei giacimenti on shore più importanti d’Europa, con 38 pozzi, di cui di cui 22 eroganti.

Dallo scorso aprile a Ragusa, invece, va avanti una fuoriuscita di petrolio dal pozzo Eni, che rischia di riversarsi nel torrente Moncillè e quindi nel fiume Irminio, confine geografico con il comune di Scicli.

Cosa chiede Legambiente

Pensiamo che ENI stia sbagliando rotta e chiediamo al governo Conte di essere coerente con gli impegni sottoscritti a livello internazionale e di avviare al più presto un piano di riconversione delle attività di ENI che punti alle rinnovabili. Oggi le fonti fossili godono di sussidi pari a 18,8 miliardi di euro, ma le rinnovabili sono competitive e possono sostituirle in tanti usi.

Fermare le nuove ricerche di petrolio e gas, promuovere l’efficienza e le rinnovabili nella produzione elettrica, nell’industria, nei trasporti e nell’edilizia: questa è la soluzione per liberarci dalla dittatura delle fossili.

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