Fango tossico nelle terre degli indigeni: la tragedia di cui nessuno parla dopo il crollo della diga in Brasile

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Il crollo della diga di Brumadinho, in Brasile, sta mettendo a rischio la vita degli indigeni Pataxó Hã-hã-hãe, tra i più colpiti dal disastro. Il fango tossico ha invaso le loro terre e oggi essi si ritrovano senza la possibilità di pescare per sfamarsi e di fare il bagno nel fiume Paraopeba, avvelenato dai rifiuti minerari.

Il crollo della diga della miniera di ferro è avvenuto il 25 gennaio scorso provocando la fuoriuscita di quasi 13 milioni di metri cubi di rifiuti. I danni sono incalcolabili. Finora, le vittime accertate sono 110 persone e oltre 230 i dispersi.

Ma c’è un’intera popolazione che rischia la vita e di cui nessuno parla. Sono gli indigeni Pataxó Hã-hã-hãe. Dopo il crollo della diga, stata gestita da Vale, una delle più grandi compagnie minerarie del mondo, la popolazione del villaggio Naô Xohã non può più andare al fiume a pescare.

Greenpeace è andata a vedere dal vivo cosa sta accadendo agli indigeni.

“Siamo stati accolti dal loro leader, Hayô Pataxó Hã-hã-hãe, e dal vice leader, Werymerry Pataxó Hã-hã-hãe. I loro volti mostravano lo sforzo di una comunità che lottava per trovare una via d’uscita dalla tragedia. Ci hanno detto che il tratto del fiume Paraopeba che passa vicino al loro villaggio è contaminato dai rifiuti tossici della diga di Vale e non possono più pescare o lavarsi”.

Il viceleader Werymerry ha raccontato di aver capito fin dall’inizio che sarebbe stata una tragedia, avendo già visto gli effetti nefasti del crollo della diga mineraria di Mariana nel 2015. Allora le vittime erano state 21 persone, ma il fiume era stato danneggiato per sempre e con esso il sostentamento di centinaia di indigeni. Anche quella diga era anche gestita da Vale.

“Abbiamo radunato le persone più vulnerabili del nostro villaggio e le abbiamo portate in cima alla collina finché non abbiamo valutato quale fosse la situazione reale. Mi sento impotente perché le loro vite dipendono da noi. Ci sono 7 donne incinte, 2 anziani e 19 bambini nel villaggio”.

Gli indigeni non esagerano. Mariana Campos, attivista e redattrice di Greenpeace, si è recata sulle rive del fiume Paraopeba. Lì, l’odore del pesce morto era nauseabondo. Per ridurlo ed evitare anche la diffusione delle zanzare, i residenti del villaggio lo stanno seppellendo. Al momento, senza la loro fonte primaria di approvvigionamento di cibo e acqua, possono fare affidamento solo sulle donazioni.

pesci morti brasile

Alcuni residenti hanno raccolto due campioni d’acqua, uno immediatamente dopo il crollo della diga, quando il fango non aveva ancora raggiunto il villaggio e l’altro, due giorni dopo, quando i rifiuti minerari si erano ormai diffusi. La differenza di colore dice tutto.

acqua colore

E i timori per il presente si aggiungono a quelli per il futuro. Come se non bastasse, il nuovo governo brasiliano di recente ha firmato un provvedimento per togliere la gestione dei confini delle terre ancestrali agli indigeni, affidandola al ministro Tereza Cristina.

“Dobbiamo rispettare la natura e dire no alle compagnie minerarie” ha ribadito il leader Hayô.

Nel linguaggio Pataxó, Naô Xohã significa “Spirito Guerriero”.

Gli indigeni di certo non la daranno vinta e combatteranno fino alla fine per salvaguardare le terre e la gente dagli interessi economici.

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Francesca Mancuso

Foto: Greenpeace

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Giornalista pubblicista specializzata in Editoria, Comunicazione Multimediale e Giornalismo. Nel 2011 ha vinto il Premio Caro Direttore e nel 2013 ha vinto il premio Giornalisti nell’Erba grazie all’intervista a Luca Parmitano.
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