Decreto Genova è legge. La nuova norma sui fanghi avvelena la terra o protegge i cittadini?

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Il decreto Genova è legge. Il Senato ha approvato in via definitiva il decreto che fa molto discutere perché, oltre a prevedere interventi di ripristino del territorio dopo il crollo del ponte Morandi, parla anche dello smaltimento dei fanghi di depurazione.

Singolare che si chiami decreto Genova e che poi in realtà alla ricostruzione dedichi solo 16 articoli su 46. Gli altri parlano di interventi nel centro Italia, a Ischia, nelle zone insomma colpite dai terremoti; mentre tutto il resto, quello che fa discutere è da un lato la gestione delle pratiche di condono pendenti, dall’altro quello dello smaltimento dei fanghi di depurazione.

Contestatissimo è proprio l’articolo 41 che prevede appunto la gestione dei fanghi di depurazione da usare in agricoltura. La versione definitiva prevede che venga innalzato di 20 volte, da 50 a 1.000 mg per Kg il limite per elementi come idrocarburi policiclici aromatici, toluene, selenio e berillio, arsenico e cromo totale.

Nell’articolo poi si legge:

“Ai fini della presente disposizione, per il parametro idrocarburi C10-C40, il limite di 1000 mg/kg tal quale si intende comunque rispettato se la ricerca dei marker di cancerogenicità fornisce valori inferiori a quelli definiti ai sensi della nota L, contenuta nell’allegato VI del regolamento (CE) n. 1272/2008 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 16 dicembre 2008, richiamata nella decisione 955/2014/UE della Commissione del 16 dicembre 2008”.

Della famosa nota L e delle precisazioni del ministro Costa ne avevamo parlato qui, adesso dopo la conversione in legge, preoccupazione è stata espressa da associazioni e organizzazioni di settore. Per FederBio, ad esempio il problema riguarda la possibile contaminazione di falde acquifere e suoli che la norma potrebbe comportare in un’ottica di futura conversione al biologico.

Nei giorni scorsi, invece il WWF, aveva chiesto (senza successo) una norma correttiva per limitare l’uso in agricoltura dei soli residui provenienti da insediamenti civili, abbassando i limiti dei contaminanti ambientali ammessi, fissando, ad esempio il limite, indicato dalla Unione Europea, a 500 mg/kg di sostanza secca per gli idrocarburi pesanti e vietando l’uso in agricoltura di fanghi che contengano sostanze chimiche pericolose e persistenti come diossine, IPA e PCB.

Cosa succederà adesso? Se lo chiedono le associazioni ma anche i consumatori perché secondo alcuni la norma non farebbe altro che minare la salute umana toccando il tasto dolente della sicurezza alimentare dei prodotti ortofrutticoli del made in Italy.

“Applicando questa norma si finisce per spargere, nel giro di tre anni, 75 chili di idrocarburi per ettaro sui suoli agricoli italiani, senza distinguere tra idrocarburi che arricchiscono il terreno e idrocarburi che lo inquinano”, dice Patrizia Gentilini di Isde,medici per l’ambiente.

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Dominella Trunfio

Giornalista professionista, laureata con lode in Scienze Politiche e con un master in Comunicazione Pubblica e Politica. Vincitrice di due premi giornalistici per la realizzazione di due documentari. A settembre 2017 pubblica "Appunti di antimafia. Breve storia delle azioni della ‘ndrangheta e di quelli che l’hanno contrastata".
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