L’inquinamento atmosferico può essere il “fattore-chiave” che contribuisce ai decessi per Covid-19. Il nuovo studio

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L’inquinamento atmosferico può essere il “fattore-chiave” che contribuisce ai decessi da Covid-19. Una nuova ricerca mostra che quasi l’80% dei decessi in 4 diversi Paesi sono avvenuti nelle regioni più inquinate. I risultati indicano che l’esposizione a lungo termine al diossido di azoto ha causato una maggiore mortalità in chi ha contratto il coronavirus in Italia, Francia, Spagna e Germania (e forse in tutto il mondo).

Il coronavirus uccide di più nelle aree inquinate? È una delle ipotesi su cui gli scienziati di tutto il mondo si stanno interrogando nelle ultime settimane. Ora, un nuovo studio condotto dall’Università Martin Luther di Halle-Wittenberg in Germania potrebbe fornire nuovi dati a supporto di questa ipotesi.

Altri studi hanno messo in relazione il legame tra inquinamento atmosferico, polveri sottili e coronavirus. Uno di questi considerava il pm2,5 come possibile vettore del virus. Anche l’Università di Harvard ha cercato di indagare su questo eventuale legame. Una ricerca condotta nei giorni scorsi dalla Chan School of Public Health, avrebbe scoperto che le persone che vivono in aree dove i livelli di inquinamento atmosferico sono elevati hanno maggiori probabilità di morire a causa del Covid-19 rispetto a coloro che risiedono in aree meno inquinante. In sintesi, livelli più elevati di PM 2.5, sono stati associati a una letalità più elevata a causa del Covid-19.

Il nuovo studio tedesco

A conferma di ciò, arriva un altro studio questa volta condotto in Germania dall’Università Martin Luther di Halle-Wittenberg. Secondo la nuova analisi, livelli elevati di biossido di azoto nell’aria possono essere associati a un elevato numero di decessi per Covid-19. Secondo gli autori, lo studio fornisce per la prima volta dati concreti a sostegno di questa ipotesi.

La ricerca ha combinato insieme i dati satellitari sull’inquinamento atmosferico, le correnti d’aria e i decessi relativi al coronavirus. Sulla base di ciò, ha ipotizzato che le regioni con livelli di inquinamento permanentemente elevati hanno un numero di morti significativamente maggiore rispetto ad altre.

Il biossido di azoto è un inquinante atmosferico che danneggia il tratto respiratorio umano.

“Poiché il coronavirus colpisce anche il tratto respiratorio, è ragionevole supporre che potrebbe esserci una correlazione tra l’inquinamento atmosferico e il numero di morti per Covid-19”, afferma il dottor Yaron Ogen dell’Istituto di geoscienze e geografia dell’Università Martin Luther di Halle-Wittenberg. “Fino ad ora, tuttavia, si è verificata l’assenza di dati affidabili per indagare ulteriormente su questo”.

Nel suo ultimo studio, il geoscienziato ha utilizzato i dati sui i livelli di inquinamento regionale da biossido di azoto misurati dal satellite Sentinel 5P dell’Agenzia spaziale europea (ESA). Quest’ultimo monitora costantemente l’inquinamento atmosferico terrestre. Sulla base di questi dati, ha prodotto una panoramica globale delle regioni con livelli elevati e prolungati di inquinamento da biossido di azoto.

“Ho esaminato i valori di gennaio e febbraio di quest’anno, prima che iniziassero i focolai di coronavirus in Europa”, spiega Ogen.

Lo scienziato ha poi combinato questi dati con quelli dell’agenzia meteorologica statunitense NOAA sui flussi d’aria verticali partendo dal presupposto che se l’aria è in movimento, anche gli inquinanti vicino al suolo sono più diffusi ma se l’aria tende a rimanere vicino al suolo, ciò si applicherà anche agli inquinanti presenti nell’aria, che sono quindi più probabilmente inalati dagli esseri umani in quantità maggiori causando problemi di salute.

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©Science of The Total Environment/Elsevier

Il ricercatore è stato in grado di identificare gli hotspot in tutto il mondo con alti livelli di inquinamento dell’aria e contemporaneamente bassi livelli di movimento dell’aria. Li ha poi confrontati con i decessi correlati al Covid-19, analizzando in particolare quelli provenienti da Italia, Francia, Spagna e Germania.

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©Science of The Total Environment/Elsevier

I risultati mostrano che su 4443 casi di mortalità, 3487 (78%) erano in cinque regioni situate nel nord Italia e nella Spagna centrale. Inoltre, le stesse cinque regioni mostravano le più alte concentrazioni di NO2 combinate con un flusso d’aria verso il basso che impedisce un’efficace dispersione dell’inquinamento atmosferico.

“Questi risultati indicano che l’esposizione a lungo termine a questo inquinante può essere uno dei più importanti fattori che contribuiscono alla mortalità causata dal virus COVID-19 in queste regioni e forse in tutto il mondo”, spiegano gli scienziati.

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©Science of The Total Environment/Elsevier

“Si è scoperto che le regioni con un alto numero di decessi avevano anche livelli particolarmente elevati di biossido di azoto e una quantità particolarmente bassa di scambio d’aria verticale. Quando osserviamo il Nord Italia, l’area intorno a Madrid e la provincia di Hubei in Cina, ad esempio, notiamo che hanno tutti qualcosa in comune: sono circondati da montagne. Ciò rende ancora più probabile che l’aria in queste regioni sia stabile e i livelli di inquinamento siano più alti “, continua Ogen.

Il geoscienziato sospetta che il persistente inquinamento atmosferico nelle regioni colpite avrebbe potuto portare a una salute generale peggiore delle persone che vivono lì, rendendole particolarmente sensibili al virus ma precisa:

“La mia ricerca sull’argomento è solo un’indicazione iniziale del fatto che potrebbe esserci una correlazione tra il livello di inquinamento dell’aria, il movimento dell’aria e la gravità del decorso delle epidemie di coronavirus”.

Aver respirato smog per anni, insomma avrebbe reso più vulnerabili le persone all’attacco del virus. Un’ipotesi che spiegherebbe in parte anche il perché, ad esempio, la malattia non si manifesta così violentemente nei bambini, da meno tempo esposti all’inquinamento.

Una correlazione comunque che, per essere ulteriormente confermata, dovrebbe ora essere esaminata anche in altre regioni del mondo e inserita in un contesto più ampio.

Fonti di riferimento: Martin Luther University di Halle- Wittenberg, Science of The Total Environment/Elsevier

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Giornalista pubblicista specializzata in Editoria, Comunicazione Multimediale e Giornalismo. Nel 2011 ha vinto il Premio Caro Direttore e nel 2013 ha vinto il premio Giornalisti nell’Erba grazie all’intervista a Luca Parmitano.
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