Chernobyl, l’incubo 34 anni dopo: gli incendi hanno riaperto una ferita mai rimarginata

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26 aprile 1986: la temperatura del reattore 4 della centrale nucleare di Chernobyl, nell’attuale Ucraina, sale in modo brusco e incontrollato. Per la prima volta nella storia un incidente nucleare viene classificato al settimo livello, il massimo. Le conseguenze, devastanti, si sono trascinate per anni e decenni. E la zona è ancora minata.

Migliaia di vittime, tra le immediate e quelle che si sono registrate fino a molti anni dopo per cause riconducibili alle radiazioni. Un avvelenamento dell’ambiente che mise in crisi l’“iperumanesimo” del Novecento (molte ricostruzioni hanno attribuito l’incidente non solo a casualità ma anche ad enormi errori umani evitabili) e di cui ancora si sentono le conseguenze.

Sì, perché non solo un così elevato livello di radiazioni in zone così popolate ha devastato interi territori anche a migliaia di chilometri dall’incidente, ma purtroppo la tragedia continua: in piena emergenza coronavirus imperversano incendi nell’area che ospitava la centrale nucleare e a Kiev l’aria è ormai irrespirabile.

Le fiamme hanno devastato la foresta di Chernobyl per settimane. Il triste scenario è stato ripreso dai droni, che hanno sorvolato la misteriosa e inaccessibile zona di esclusione. Ma purtroppo non è solo un danno agli alberi: le radiazioni nucleari sono aumentate fino a 16 volte il livello precedente, ben al di sopra del limite considerato tollerabile. Arrivando, purtroppo, anche qui.

La zona è un teatro di massacri: il coronavirus, le radiazioni e un inquinamento senza controllo che ha fatto tornare il terrore a Kiev e in tutti i villaggi attorno all’ex-centrale nucleare. Tragedia senza fine.

Lo scorso 17 aprile il villaggio di Radinka, nella provincia ucraina del Polesie, è stato invaso da una forte cortina di fumo con conseguenti seri problemi di respirazione. Ma questo è solo uno dei più terribili episodi tra i più recenti.

Le prime denunce degli incendi erano pervenute già nel mese di febbraio. Ad aprile sono poi diventati massivi, arrivando a incombere sull’Europa (incluso il nostro Paese). L’Institut de Radioprotection et Sûreté Nucléaire (IRSN) aveva ipotizzato che le masse d’aria provenienti dalla zona degli incendi verificatisi il 5 e 6 aprile fossero in Francia già il 7 aprile. Di fatto è in corso una nuova Chernobyl.

Come si legge sul sito dell’associazione ‘Mondo in cammino’, Yuri Bandazhevsky, considerato tra i maggiori esperti mondiali sulle conseguenze del disastro nucleare ha lanciato un Memorandum di cooperazione, che mira a realizzare interventi a favore della popolazione locale, quali:

  • Follow up sanitario per la valutazione del grado di contaminazione interna delle persone
  • Educazione sulla gestione del rischio radioattivo in territorio contaminato e raccomandazioni alimentari e sull’utilizzo del legno da ardere
  • Somministrazione di alimenti “puliti”

“Gli incendi massivi nelle foreste della zona di esclusione di Chernobyl nell’aprile 2020 mostrano chiaramente il pericolo per la salute umana derivante da un territorio contenente elementi radioattivi. Si può dire con certezza che Chernobyl non se ne è mai andato via, allarmerà la comunità mondiale per molti anni a venire”.

Un anniversario sempre molto triste e quest’anno ancora di più.

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Roberta De Carolis ha una laurea e un dottorato in Chimica, e ha conseguito un Master in comunicazione scientifica. Giornalista pubblicista, scrive per GreenMe dal 2010.
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