Che fine ha fatto il buco dell’ozono a quasi 40 anni dalla sua scoperta?

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Quasi 40 anni fa, gli scienziati rimasero a bocca aperta quando scoprirono che alcuni prodotti delle attività umane stavano impoverendo lo strato di ozono che proteggeva la Terra dai raggi solari. Tali sostanze avevano letteralmente bucato l’ozono sopra l’Antartide. Ma oggi che fine ha fatto il buco nello strato di ozono?

Decenni dopo, il buco dell’ozono ha fatto molta strada dalla sua terribile prospettiva negli anni ’80. Molto è stato fatto per fare ricucire questo pericoloso strappo ma è ancora troppo presto per gioire. Dopo anni di passi avanti, nel 2020 il buco dell’ozono in Antartide è tornato a raggiungere dimensioni da recordo.

Sono in atto azioni e studi da parte di responsabili politici e scienziati per tutelare l’ozono. Ma cos’è e come possiamo proteggerlo?

Cos’è l’ozono

L’ozono è un gas altamente reattivo composto da tre atomi di ossigeno. E’ possibile trovarlo in modeste quantità anche vicino alla superficie terrestre, ma la maggior parte è concentrato nella stratosfera. A livello del suolo, è una molecola tossica per l’uomo e può danneggiare i polmoni se inalato. Eppure, è essenziale a garantire la vita sulla Terra.

A livello stratosferico, esso infatti si lega ad altre molecole formando uno schermo, o meglio uno strato che assorbe i raggi UV fungendo da scudo per la vita sulla Terra. Negli anni ’60 e ’70, i ricercatori hanno iniziato a scoprire che alcune sostanze, in particolare i prodotti chimici industriali artificiali, distruggono l’ozono. Esse sono capaci in grado di scomporne le molecole rimuovendo uno degli atomi di ossigeno. A lungo termine, queste reazioni hanno reso lo strato di ozono meno stabile.

Nel 1985  questa minaccia è stata resa nota a livello mondiale. Allora, lo scienziato Joseph C. Farman scoprì che l’ozono atmosferico sull’Antartide si era ridotto del 40%. Alcune sostanze prodotte dall’uomo avevano raggiunto la stratosfera e esaurito in alcuni punti lo strato di ozono creando una sezione estremamente sottile comunemente nota come buco dell’ozono. Il buco si è formato al Polo Sud a causa delle condizioni meteorologiche e chimiche uniche della regione.

Cos’ha causato il buco dell’ozono?

Gli scienziati hanno individuato le emissioni di alcuni gas contenenti sostanze che riducono lo strato di ozono come la principale fonte del problema. Sono i CFC o clorofluorocarburi. Questi ultimi sono stati molto usati negli ultimi decenni con un picco alla fine degli anni ’80. Molti frigoriferi, condizionatori d’aria e apparecchiature emettevano livelli pericolosi di CFC nell’atmosfera. Una volta che essi raggiungevano lo strato di ozono, la radiazione ultravioletta del sole li convertiva in una sostanza reattiva, che poi distruggeva le molecole di ozono. Anche altri composti, come il bromo, hanno svolto un ruolo decisivo nell’impoverimento dello strato di ozono.

Perché il buco dell’ozono è pericoloso per la salute umana

L’assottigliamento dello strato di ozono è un rischio per la salute umana perché una maggiore quantità di raggi ultraviolettiriescono passare attraverso lo strato e raggiungere la superficie terrestre. L’eccesso di radiazioni UVB è particolarmente preoccupante, poiché può causare cancro alla pelle e cataratta. Le radiazioni UVB possono anche danneggiare la vita marina e le piante e ridurre la produttività delle colture di riso, grano e soia.

Ma non solo. I CFC sono potenti gas a effetto serra favorendo i cambiamenti climatici. Recenti ricerche hanno dimostrato che questi stessi gas hanno accelerato il riscaldamento dell’Artico, contribuendo all’innalzamento del livello del mare e al riscaldamento della superficie nel Polo Nord.

Il protocollo di Montreal del 1987

Nel 1987, le Nazioni Unite hanno stipulato un accordo, il cosiddetto Protocollo di Montreal per regolare le quantità di questi gas nell’atmosfera. Sottoscritto da 197 paesi, è stato l’unico trattato delle Nazioni Unite nella storia a ottenere la ratifica universale. Nel tempo, il protocollo è stato aggiornato per includere più sostanze dannose per l’ozono e il clima. Ad esempio, nel 2016 , gli idrofluorocarburi sono stati aggiunti all’elenco delle sostanze controllate, perché sono stati considerati potenti gas serra. Il trattato è considerato uno dei protocolli di maggior successo per affrontare una sfida ambientale causata dall’uomo.

Il buco dell’ozono è stato riparato?

Fino a poco tempo fa il buco dell’ozono dell’Antartide sembrava quasi chiuso. Lo scorso anno aveva raggiunto il minimo storic dal 1982, con una superficie di 10 milioni di kmq.

Tuttavia, nel 2020 è tornato a crescere velocemente. Una situazione che ciclicamente si ripete ma che quest’anno ha raggiunto livelli quasi da record. Le misurazioni di Sentinel-5P hanno mostrato che il buco dell’ozono nel 2020 ha raggiunto la dimensione massima pari a circa 25 milioni di kmq il 2 ottobre, paragonabile a quella del 2018 e del 2015 (dove l’area era di circa 22,9 e 25,6 mq nello stesso periodo).

Anche se i gas sono stati vietati, non sono spariti per sempre. Stephen Montzka, ricercatore della National Oceanic and Atmospheric Administration, afferma di aver rilevato possibili CFC illegali nell’atmosfera. Nel 2018, Montzka è coautore di un rapporto pubblicato su Nature che mostrava la presenza di livelli inaspettati di CFC-11, un tipo di clorofluorocarburi. Questa concentrazione di CFC-11 era forse il risultato di una produzione industriale non autorizzata, contraria al protocollo di Montreal.

Ulteriori ricerche di Montzka hanno mostrato che il recupero del buco dell’ozono potrebbe essere ritardato a causa di queste emissioni. Nonostante ciò, l’esperto non crede che lo strato di ozono stia affrontando un rischio significativo a causa dei CFC.

Se i paesi del mondo continueranno a rispettare il protocollo di Montreal, i modelli climatici mostrano che i livelli di ozono dovrebbero tornare alle misure standard entro la fine del 21° secolo.

Fonti di riferimento: Ourworldindata, Nature,

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Giornalista pubblicista specializzata in Editoria, Comunicazione Multimediale e Giornalismo. Nel 2011 ha vinto il Premio Caro Direttore e nel 2013 ha vinto il premio Giornalisti nell’Erba grazie all’intervista a Luca Parmitano.
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