Le “spiagge di plastica” di Bali dove al posto della sabbia appaiono muri di rifiuti

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Le splendide spiagge di Bali, in Indonesia, sono invase da tonnellate di rifiuti di plastica, che gruppi locali di volontari sono costretti a raccogliere manualmente, partecipando a frequenti campagne comunitarie di raccolta. Per far fronte alla grave emergenza, il governo indonesiano punta a ridurre i rifiuti di plastica del 70% entro il  2025 e a porre fine all’inquinamento da plastica entro il 2040.

Nonostante l’isola turistica di Bali abbia registrato il minimo storico di visitatori degli ultimi dieci anni, a causa dei divieti di viaggio imposti dall’emergenza sanitaria COVID-19, il problema dei rifiuti – e, in particolare, il problema della plastica trasportata dalle maree – si è aggravato nell’anno in corso rispetto al 2020.

Ogni anno, grandi quantità di rifiuti si addensano sulle coste di Bali a causa delle maree; il tradizionale clima monsonico di questa regione l’ha ora resa tristemente nota per gli elevati livelli di inquinamento marino. Gran parte dei rifiuti di Bali sembra provenire dalla vicina isola di Giava, densamente popolata e considerata il motore economico dell’Indonesia.

Da quasi dieci anni, l’andamento della corrente oceanica dello Stretto di Bali interessa la costa occidentale di Bali. Quando le acque dello Stretto di Bali si riempiono di rifiuti, quest’ultimi si riversano sulle spiagge di Bali. Di fronte a tale scempio, la carente gestione locale delle fasi di produzione, differenziazione e riciclo dei rifiuti dell’isola non fa che peggiorare la situazione.

Come riferito dall’Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN), l’Indonesia, una nazione-arcipelago del Sudest asiatico, è annoverata tra i principali inquinatori marini del mondo, la seconda dopo la Cina. Provengono dall’Indonesia ben 1.3 milioni degli 8 milioni di tonnellate di plastica che ogni anno finiscono negli oceani.

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@Sergprophoto/Shutterstock

Un muro di rifiuti

Quando ogni giorno, all’alba, centinaia di pescatori indonesiani sbarcano nella baia di Jimbaran, a sud di Bali, con le loro tradizionali imbarcazioni da pesca a bilanciere, sono convinti di poter ammirare un lungo arco di sabbia dorata mentre scaricano il pescato notturno.

Invece, giorni fa sono stati i primi testimoni di un tragico spettacolo: circa 100 tonnellate di rifiuti di plastica e carta, impigliati a rami e tronchi, erano ammassati lungo la spiaggia fino a raggiungere un metro di altezza. Al disastro se ne aggiungeva un altro: dai rifiuti sono emersi i resti di quattro tartarughe Olive Ridley (tartaruga bastarda olivacea) in via di estinzione e di una balena di Bryde lunga quasi 14 metri, che si ipotizza siano morti dopo aver ingerito rifiuti di plastica.

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Nella baia di Jimbaran, centinaia di residenti hanno trascorso l’intera giornata a smistare, raccogliere e bruciare i rifiuti, probabilmente trascinati fin laggiù dall’isola di Giava. Dall’inizio dell’anno, scene simili hanno destato sgomento anche tra i bagnanti che si trovano più a nord, a Kuta, Seminyak e Canggu.

Come smaltire i rifiuti plastici

Combattere l’inquinamento marino e oceanico è una sfida mondiale. La presenza di plastiche e microplastiche nei mari e negli oceani è un dramma ambientale, con gravi conseguenze per il benessere e la salute delle specie viventi.  Gli 8 milioni di tonnellate di plastica che finiscono ogni anno negli oceani costituiscono l’80% di tutti i detriti marini, dalle acque superficiali ai sedimenti delle acque più profonde.

Anche se un paese come l’Indonesia, che produce quasi 200.000 tonnellate di rifiuti al giorno, riuscisse a riciclare in maniera più efficiente i rifiuti di plastica, dovrebbe comunque far fronte all’incessante produzione di nuovi rifiuti plastici. Un circolo vizioso. I possibili antidoti a tale problema sarebbero, da un lato, la progressiva eliminazione della produzione di plastica a livello mondiale e, dall’altro, un serio investimento e una adeguata regolamentazione nazionale dei processi di differenziazione, raccolta, riciclo e riuso.

Dal 2019 Bali è la prima e unica provincia indonesiana a vietare sacchetti di plastica, polistirolo e cannucce di plastica.

Contrastare il commercio globale dei rifiuti

Un altro elemento critico è la presenza di un fiorente mercato di esportazione dei rifiuti dai paesi industriali avanzati ai paesi in via di sviluppo. Quando ai paesi destinatari arrivano immensi container di rifiuti – non solo carta e altri materiali riciclabili, ma anche plastica e materiali pericolosi – e le infrastrutture per il trattamento e lo smaltimento raggiungono la massima capienza, tali rifiuti vengono riversati nei terreni e nei mari.

Da quando nel 2018 la Cina ha bandito l’importazione di 24 tipi di materiali di scarto, il traffico commerciale dei rifiuti si è spostato verso i paesi del Sudest asiatico, tra cui l’Indonesia. Nel 2019, l’Indonesia ha restituito al mittente 547 container di carta usata perché conteneva materiali di plastica provenienti da diversi paesi europei, dalla Cina, dalla Nuova Zelanda e dall’Australia.

Di recente, alcuni progressi per disincentivare l’esportazione dei rifiuti sono stati compiuti, ma sarebbe auspicabile una maggiore cooperazione internazionale su questo tema. Ad esempio, lo scorso dicembre, l’Australia ha introdotto il divieto di esportazione oltreoceano dei rifiuti non trattati mediante l’approvazione del Recycling and Waste Reduction Bill 2020. Il mese scorso, l’Unione Europea ha seguito l’esempio australiano, vietando l’esportazione di rifiuti di plastica alle nazioni che non appartengono all’OCSE.

Fonti: Al-Jazeera/BBC/IUCN

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Donatella Vincenti. Laureata in Lingue e Scienze Politiche, nel 2017 ha conseguito un dottorato alla Luiss sulla transizione ecologica nel mondo arabo-islamico. Nel 2015 ha curato la rubrica "Green Islam" per la webradio Radio Bullets.
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