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Vivere in un ambiente sano è un diritto fondamentale dell’uomo: la storica risoluzione dell’ONU

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Le Nazioni Unite riconoscono oggi ufficialmente che vivere in un ambiente sano è un diritto fondamentale dell’uomo: la risoluzione è una svolta storica per la quale dobbiamo dire grazie a Costa Rica, Maldive, Marocco, Slovenia e Svizzera che l’hanno portata all’adozione, ma anche (e soprattutto) alla lotta portata avanti per decenni da giovani attivisti, gruppi imprenditoriali e più di 1.300 organizzazioni della società civile di tutto il mondo.

Il riconoscimento di questo diritto è stato approvato anche dal Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres, dall’Alto Commissario per i Diritti Umani Michelle Bachelet e da 15 agenzie delle Nazioni Unite, ed è stato sostenuto da tutti coloro che hanno combattuto “dal basso” per questo risultato.

Non è solo un atto formale, una firma che sa di immagine vuota. Secondo David Boyd, relatore delle Nazioni Unite sui diritti umani e ambiente, questo passo potrebbe cambiare davvero la vita delle persone sul nostro Pianeta.

Il futuro del mondo sembra un po’ più luminoso oggi – commenta Boyd – Le Nazioni Unite, in uno sviluppo storico, hanno riconosciuto per la prima volta che tutti, ovunque, hanno il diritto umano di vivere in un ambiente sicuro, pulito, sano e sostenibile.

L’ambiente non è più, finalmente, un accessorio, una sorta di “status symbol” che divide la Terra tra fortunati e non fortunati: è un diritto, come mangiare, bere, istruirsi.

La risoluzione ha il potenziale di cambiare la vita in un mondo in cui la crisi ambientale globale provoca più di nove milioni di morti premature ogni anno – tuona il relatore – Innescherà cambiamenti costituzionali e leggi ambientali più forti, con implicazioni positive per la qualità di aria, acqua, suolo, per la produzione sostenibile di cibo, l’energia verde, il cambiamento climatico, la biodiversità e l’uso di sostanze tossiche.

Questo è davvero il risultato di 30 anni di lotte. I difensori dei diritti umani ambientali lavorano, spesso a grande rischio personale, per salvaguardare la terra, l’aria, l’acqua e gli ecosistemi da cui tutti dipendiamo, e molti di loro, come gli indigeni delle foreste, contribuiscono a salvaguardare i polmoni terrestri con cui tutti respiriamo.

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Boyd ha esortato i governi a “fare propria” la risoluzione, promuovendo l’introduzione del diritto a un ambiente sicuro, pulito, sano e sostenibile nelle loro costituzioni e legislazioni, e ha invitato i leader a mettere le persone diritti al centro delle loro azioni, soprattutto in vista della Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP26) a Glasgow, nel Regno Unito, in programma dal 31 ottobre al 12 novembre, e della Conferenza delle Nazioni Unite sulla biodiversità (COP 15) che inizierà a Kunming, in Cina, la prossima settimana.

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In un mondo che troppo spesso enfatizza le differenze tra le persone, il diritto a un ambiente sano riflette una verità fondamentale che dovrebbe unirci tutti – conclude Boyd – La salute e la qualità della vita di tutti dipendono da aria pulita, acqua sicura, cibo prodotto in modo sostenibile, clima stabile e biodiversità ed ecosistemi sani. Siamo tutti straordinariamente fortunati a vivere su questo pianeta miracoloso e dobbiamo usare il diritto a un ambiente sano per garantire che i governi, le imprese e le persone svolgano un lavoro migliore nel prendersi cura della casa che tutti condividiamo.

Che le risoluzioni scritte diventino ora fatti, presto.

Fonti di riferimento: United Nations Human Rights

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Roberta De Carolis ha una laurea e un dottorato in Chimica, e ha conseguito un Master in comunicazione scientifica. Giornalista pubblicista, scrive per GreenMe dal 2010.
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