Dopo 9 mesi isolati su un atollo, 4 ambientalisti tornano a casa e scoprono una società totalmente cambiata dal Covid-19

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Quattro ambientalisti hanno da poco concluso il loro periodo di isolamento in uno dei luoghi più remoti della Terra. In questo caso, però, non a causa del Covid-19. Anzi, il gruppo non aveva la minima idea di cosa significa dover fare i conti con una pandemia globale. I quattro volontari, infatti, hanno vissuto per ben 9 mesi sull’atollo di Kure, situato all’estremità nord-occidentale della catena delle isole Hawaii.

In questo luogo meraviglioso e disabitato hanno lavorato per tutelare il fragile ecosistema dell’atollo che ospita tartarughe marine foche monache hawaiane in via d’estinzione, squali tigre e altre specie da difendere.

La loro fortuna è stata proprio quella di partire per questa missione a febbraio, quando la pandemia del nuovo coronavirus ha iniziato a diffondersi nel mondo. Dopo mesi di tranquillità e lavoro di squadra a tutela dell’ambiente, il team di ambientalisti è stato catapultato in una società completamente cambiata, fatta di nuove regole, divieti e distanziamento sociale e dovrà abituarsi a convivere con la mascherina.

Kure-Hawaii

Matt Saunter/AP

La missione sull’atollo di Kure, uno dei luoghi più remoti al mondo

Al team formato da Charlie Thomas, Matt Butschek II, Matt Saunter e Naomi Worcester, era stato affidato l’incarico di mantenere il fragile ecosistema dell’atollo di Kure, che fa parte del Papahanaumokuakea Marine National Monument, dal 2010 Patrimonio UNESCO.

ambientalisti-atollo-Kure

Matt Saunter/AP

Annualmente vengono inviate due squadre sul campo, il cui compito principale è quello di rimuovere le piante invasive e sostituirle con specie autoctone e ripulire le spiagge da reti da pesca, detriti e frammenti di plastica.  In questo paradiso naturale i quattro ambientalisti hanno vissuto senza social e televisione, al riparo dal bombardamento di notizie. Le uniche informazioni provenivano da messaggi satellitari o e-mail occasionali.

atollo-Kure

Matt Saunter/AP

Uno dei quattro volontari racconta di essere rimasto abbastanza perplesso quando sua sorella ha usato il termine pandemia mentre si trovava ancora sull’atollo Kure:

“Ho ricevuto un’e-mail da mia sorella e lei ha usato la parola ‘pandemia’” − spiega. −”Ho pensato tra me e me: forse dobbiamo cercarla, perché qual è la differenza tra una pandemia e un’epidemia?”.

Charlie Thomas, la più giovane del team, è cresciuta in una località balneare in Nuova Zelanda dove ha trascorso gran parte del suo tempo libero a contatto con uccelli marini e altri animali selvatici. Terminata la scuola con un anno di anticipo, ha lavorato per un’organizzazione che si occupa di pulizia delle coste. Subito dopo è arrivata la decisione di partire come volontaria per mettersi al servizio del delicato ecosistema dell’atollo Kure.

Non era mai stata così tanto tempo lontano da casa, ma si è mostrata subito pronta a staccarsi dal resto del mondo:

“Ero stufa dei social media, stanca di tutto quello che stava succedendo” ha raccontato al Guardian. “E ho pensato, sai, sono così entusiasta di sbarazzarmi del mio telefono, di perdere il contatto con tutto… non ho bisogno di vedere tutte le cose orribili che stanno succedendo in questo momento”.

Mai, però, avrebbe immaginato che il mondo sarebbe stato stravolto da una pandemia come quella che stiamo vivendo.

“Non ho mai visto niente di simile, ma ho iniziato a leggere il libro The Stand di Stephen King, che parla di un’epidemia di malattia, e stavo pensando, ‘Oh mio Dio, è così che sarà tornare a casa?’”− ha ammesso la ragazza −“Tutte queste precauzioni, queste cose, persone ammalate ovunque. Era molto strano pensarci”.

 

Fonte: The Guardian 

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Laureata in Media, comunicazione digitale e giornalismo all'Università La Sapienza, ha collaborato con Le guide di Repubblica e con alcune testate siciliane. Per la rivista Sicilia e Donna si è occupata principalmente di cultura e interviste. Appassionata da sempre al mondo del benessere e del bio, dal 2020 scrive per GreenMe
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