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L’accordo Emirati-Israele per un nuovo oleodotto mette a rischio le straordinarie barriere coralline del Mar Rossoin ev

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Gruppi di ambientalisti e della società civile prevedono un nuovo disastro ecologico in Israele. L’accordo raggiunto nell’ottobre 2020 tra Emirati Arabi Uniti e Israele per la costruzione di un oleodotto non solo metterebbe in pericolo le barriere coralline del Mar Rosso, un patrimonio naturale unico al mondo, ma aumenterebbe anche il livello di inquinamento idrico e atmosferico nella zona del porto turistico di Eilat.

La inedita e storica normalizzazione dei rapporti tra Israele, Emirati Arabi e Bahrein nel quadro degli Accordi di Abramo, conclusi il 13 agosto 2020 con la decisiva mediazione dell’amministrazione statunitense guidata dell’ex presidente Donald Trump, ha dato avvio ad una serie di progetti di cooperazione economica, in primis nel settore petrolifero.

Sul tavolo c’é un accordo − che dovrebbe entrare in vigore tra qualche mese − per la costruzione di un oleodotto EAU-Israele. Obiettivo del progetto è trasportare il greggio emiratino a bordo di petroliere dirette all’oleodotto del porto di Eilat, sul Mar Rosso, nel sud di Israele. Gli interessi in gioco solo alti, ma non sono privi di conseguenze politiche, sociali e, ovviamente, ambientali.

Mentre gli esperti sono preoccupati per le possibili perdite di greggio e per i conseguenti sversamenti di petrolio nelle acque del vecchio porto di Eilat e il Ministero israeliano per la protezione dell’ambiente chiede ai vertici del governo di essere convocato per discutere in merito all’opportunità dell’accordo, gli ambientalisti israeliani si sono già mobilitati nelle strade di Eilat.

La protesta dei cittadini e degli attivisti

Lo scorso 10 febbraio, circa 200 persone, tra cui famiglie e giovani, hanno partecipato ad una protesta organizzata ad Eilat, in un parcheggio antistante il molo. Alcuni manifestanti si sono arrampicati su un terminale preesistente, proteso verso il mare, mostrando un gigantesco poster con la scritta in ebraico “Stop immediato all’accordo petrolifero”.

Alcuni attivisti militanti, tra cui Michael Raphael, membro del movimento internazionale Extinction Rebellion, ha annunciato con un megafono di voler organizzare un evento di Extinction Rebellion proprio a Eilat per contestare l’accordo di Israele con gli Emirati Arabi Uniti.

L’idea di trasformare la cittadina portuale di Eilat in un profittevole hub dell’import e dell’export (in Europa) di gas e petrolio non piace affatto agli attivisti e agli esperti israeliani, che temono, da un lato, una catastrofe ambientale e, dall’altro, la crisi del turismo ed effetti nocivi sulla salute pubblica.

Come osservato da Shmulik Taggar, residente a Eilat e membro fondatore della Society for Conservation of the Red Sea Environment:

“Le barriere coralline sono a 200 metri da dove verrà scaricato il petrolio.”

Nonostante assicurino che le petroliere siano moderne e che quindi non ci saranno problemi, secondo Taggar è inevitabile che si verificheranno guasti e malfunzionamenti. Inoltre, la fisionomia di una città portuale come Eilat, che promuove il turismo ecologico, sarebbe stravolta dall’intenso traffico determinato dalla presenza di due o tre petroliere al giorno, pronte a scaricare greggio.

In nome dei profitti derivanti dallo sfruttamento dei combustibili fossili, si mette a rischio il patrimonio naturale dell’area, caratterizzata un sistema di barriere coralline protette, che si estende per circa 1.2 km al largo della costa della città di Eilat. Un tesoro di biodiversità marina che non può essere spazzato via per contingenti interessi economici.

Mentre le specie di corallo di tutto il mondo sono minacciate dallo sbiancamento provocato dal riscaldamento dell’acqua, a sua volta dovuto ai cambiamenti climatici, le barriere coralline di Eilat sono invece rimaste stabili grazie alla loro straordinaria resistenza al calore.

I termini dell’accordo e le conseguenze ambientali

Uno degli accordi che seguirono gli storici Accordi di Abramo fu un memorandum d’intesa tra la società statale israeliana Europe-Asia Pipeline Company (EAPC) e una nuova entità chiamata MED-RED Land Bridge Ltd – una joint venture tra la National Holding di Abu Dhabi e diverse società israeliane.

Lo scorso ottobre, l’EAPC ha annunciato la conclusione di un “Memorandum d’intesa vincolante” con MED-RED per portare il greggio dagli Emirati Arabi Uniti a Eilat, prima di trasportarlo, tramite un oleodotto, verso la città mediterranea di Ashkelon, pronto per l’esportazione in Europa.

Gli attivisti israeliani sostengono che l’accordo non sia stato sottoposto ad un severo controllo normativo a causa del particolare status dell’EAPC, azienda di proprietà statale che opera nello strategico settore energetico.

Shashar è uno uno dei 230 esperti di biologia marina e biotecnologia che hanno presentato una petizione al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu per opporsi all’accordo. Gli esperti avvertono di possibili disastri petroliferi, considerato che l’EAPC prevede che il flusso di petrolio che passerà per Eilat sarà pari a decine di milioni di tonnellate annue.

Fonti: Times of Israel/Arab News

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Donatella Vincenti. Laureata in Lingue e Scienze Politiche, nel 2017 ha conseguito un dottorato alla Luiss sulla transizione ecologica nel mondo arabo-islamico. Nel 2015 ha curato la rubrica "Green Islam" per la webradio Radio Bullets.
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