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Gli antichi abitanti dell’Isola di Pasqua potrebbero insegnarci come vivere in totale isolamento su Marte

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Gli antichi abitanti dell’Isola di Pasqua potrebbero avere qualcosa da insegnare ai futuri coloni marziani: come vivere nel completo isolamento. Lo sostiene un gruppo di ricerca guidato dalla Binghamton University (UK) che ha studiato come la piccola iniziale comunità sia sopravvissuta a partire dal suo insediamento nel XII al XIII secolo fino al contatto europeo.

Dopo un lungo viaggio, un gruppo di coloni mette piede su una terra prima deserta. Una vasta distesa li separa dagli altri esseri umani, escludendo ogni possibilità di contatto esterno. Le loro scelte faranno la differenza tra la sopravvivenza e la morte.

Sembra la storia di Robison Crusoe, ma è quello che è accaduto davvero sull’Isola di Pasqua tra il XII e il XIII secolo. Una piccola comunità, non un individuo isolato, certo, ma comunque un totale isolamento dal resto del mondo, una terra vergine tutta a disposizione, tra insidie e risorse.

È quello che troverebbero di fronte a loro i primi coloni di Marte, se e quando il progetto di stanziarsi sul Pianeta Rosso diverrà realtà. E allora, perché non prendere spunto e insegnamento da questi antichi abitanti che sono riusciti a sopravvivere?

Un baluardo culturale contro la deriva casuale

La cosa bella dell’Isola di Pasqua è che è un ottimo caso di studio per ciò che accade in assoluto isolamento – spiega Carl Lipo, primo autore del lavoro – Dalla quello che sappiamo, una volta che le persone sono arrivate sull’isola non è successo altro: non stavano andando da nessun’altra parte e non nessun altro è sopraggiunto.

A forma di triangolo, l’Isola di Pasqua (nome antico: Rapa Nui) è piccola: lunga circa 24 chilometri e larga al suo massimo poco più di 12, è uno dei luoghi abitati più remoti della Terra, a più di 1600 chilometri di distanza dalle terre abitate più vicine. Tuttavia, nonostante le sue piccole dimensioni, l’isola aveva comunità abitanti in totale separazione fisica e culturale.

E quando pensiamo a questa remota terra, ci saltano in mete le celebri statue dei Moai che, secondo uno studio del 2019, segnavano la presenza di acqua dolce, una strategia di che potrebbe aver contribuito alla sopravvivenza delle comunità.

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isola di pasqua colonizzazione marte

©PLOS ONE

Altre prove archeologiche mostrano differenze stilistiche nella creazione di manufatti in comunità distanti solo 500 metri e i resti fisici degli abitanti confermano che le persone non si sono allontanate molto, una scoperta resa possibile dalle analisi del DNA e della composizione chimica dei resti stessi, nonché dallo studio delle variazioni scheletriche tra le comunità.

E proprio loro potrebbero essere state un baluardo culturale contro la deriva casuale, sostengono i ricercatori, ovvero quel fenomeno per cui se si perdono alcune nozioni importanti, tra le quali strategie di sopravvivenza (come irrigare i campi, come cacciare prede, etc.), la comunità è destinata ad estinguersi.

Nonostante si possa ritenere che in un luogo così isolato e senza contatti questo fenomeno potrebbe essere favorito, non è stato così a Rapa Nui, che, all’arrivo dei coloni europei, contava da 3.000 a 4.000 individui, suddivisi in un numero imprecisato di clan e comunità.

Proprio questa struttura li avrebbe favoriti: lo studio sostiene infatti che maggiore è il numero di sottogruppi con interazioni limitate, più è probabile che una popolazione conservi informazioni culturali potenzialmente benefiche, anche quando la popolazione totale è piuttosto piccola. L’allontanamento, volontario o forzato, degli individui, potrebbe infatti portare via conoscenze indispensabili.

Sulla base di modelli di simulazione sembra che la struttura della popolazione sia estremamente importante per guidare e mantenere i cambiamenti nella diversità culturale – spiega a questo proposito Robert J. DiNapoli, coautore del lavoro – Questo potrebbe essere un fattore davvero importante per il cambiamento nella storia umana in generale.

La lezione dell’Isola di Pasqua ai primi coloni di Marte

I progetti per colonizzare Marte vanno avanti: i futuri pionieri sul suolo marziano potrebbero trovarsi di fronte a quello che hanno visto i primi uomini e le prime donne a Rapa Nui oltre a condizioni ambientali ostili.

Le lezioni dell’Isola di Pasqua possono aiutarli a sopravvivere.

Se poi i contatti esterni non arricchiscono ma distruggono, inevitabili le conseguenze. Dopo il contatto europeo, per esempio, le malattie portate dai coloni e sconosciute sull’isola, hanno falciato il popolo di Rapa Nui, tra l’altro portato via come schiavo: nel 1877, la popolazione dell’isola crollò a soli 111 individui.

Ma questa, è un’altra storia.

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La ricerca è stata pubblicata su PLOS ONE.

Fonti di riferimento: Binghamton University / PLOS ONE

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Roberta De Carolis ha una laurea e un dottorato in Chimica, e ha conseguito un Master in comunicazione scientifica. Giornalista pubblicista, scrive per GreenMe dal 2010.
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