aria calda doha

Doha. Se la conferenza sul clima delle Nazioni Unite Cop18 si concludesse oggi, le sorti del pianeta sarebbero davvero in bilico. Fino al 7 dicembre gli oltre 190 rappresentanti dei governi mondiali potranno ancora salvare il salvabile e tentare una nuova strategia per il Kyoto 2, rinnovando il Protocollo di Kyoto che scadrà tra meno di un mese, il 31 dicembre. Ma questa volta a preoccupare è l'"aria calda".

Così sono stati definiti gli eccessi di quote di emissione, che stanno rendendo più difficili i dibattiti in Qatar. Ma cos'è l'aria calda? Si tratta di alcuni permessi dati ad alcuni paesi dell'area socialista all’avvio del protocollo di Kyoto. Tali certificati noti come AAU avrebbero dovuto permettere loro di compensare le emissioni delle industrie pesanti e del settore dei combustibili fossili.

L'obiettivo europeo della riduzione del 20% delle emissioni inquinanti entro il 2020, nel complesso è stato raggiunto, complice anche la crisi economica, oltre che all'incidenza delle fonti rinnovabili. Dice Legambiente che l’Ue è già al 21% se si conteggiano anche le riduzioni realizzate attraverso il ricorso ai cosiddetti meccanismi flessibili previsti dallo stesso trattato, ed è quindi già in condizione di aumentare al 30% il proprio impegno di riduzione al 2020. "Portare il taglio delle emissioni al 30% non richiederebbe grandi sforzi aggiuntivi – ha dichiarato dal Qatar il responsabile clima di Legambiente Mauro Albrizio – ma contribuirebbe a colmare il preoccupante divario esistente tra gli impegni di riduzione assunti sinora dai diversi paesi e la riduzione di emissioni indispensabile entro il 2020 per rientrare nella traiettoria di riscaldamento del pianeta non superiore almeno ai 2°C". Inoltre, secondo Albrizio, in Europa la riduzione delle emissioni del 30% creerebbe 6 milioni di nuovi posti di lavoro entro il 2020.

Ma la questione è un'altra. I crediti di cui godono i paesi ex socialisti, tra cui la Russia, Ucraina e Polonia, riguarderebbero obiettivi di riduzione emissioni già raggiunti, offrendo così un doppio vantaggio a tali paesi, che non si sono di certo distinti per sostenibilità emettendo grandi quantità di CO2, ed evitando il processo di decarbonizzazione dell’economia in atto nel resto d’Europa. Questi stati potrebbero vendere i certificati ad altri paesi, che hanno generato più emissioni del dovuto. Secondo le stime degli addetti ai lavori, al 31 dicembre, data della fine del Protocollo di Kyoto, ci saranno ancora circa 13 miliardi di tonnellate di queste emissioni 'virtuali'. Gli ambientalisti temono dunque che l'aria calda possa addirittura vanificare in partenza il Kyoto 2, fin dall'inizio.

Secondo Greenpeace e il WWF, inoltre, l'unico accordo giuridicamente vincolante in tutto il mondo sui cambiamenti climatici è a rischio a causa soprattutto delle posizioni della Russia e della Polonia. Quest'ultima, spiegano gli ambientalisti, "insiste sul pieno riporto dell’aria calda nel secondo periodo di impegno e oltre (post-2020). Se l'Ue capitola davanti alla Polonia, ricca di carbone, l'Europa potrebbe finire per perdere la sua credibilità come leader nella lotta ai cambiamenti climatici".

"A Doha si devono prendere impegni ambiziosi e concreti per la salvaguardia del clima. E si deve porre un argine a tutte le fallacie derivate dal commercio di crediti di emissione e dalla creazione di un vero e proprio mercato del carbonio" ha detto Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace. "Se si consentirà alle economie dell’ex blocco socialista di conservare intatti, in un secondo mandato, i crediti non sfruttati, si starà semplicemente piegando, ancora una volta, la difesa del clima a questioni di realpolitik miopi e irresponsabili".

Una prima piccola rivoluzione intanto c'è stata. Sabato scorso si è svolta la prima manifestazione ambientalista della storia del Qatar.

A dimostrare che tutto è possibile, basta solo volerlo.

Francesca Mancuso

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