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La prima manifestazione ambientalista della storia del Qatar. È quella che si è svolta grazie alla partecipazione di un centinaio di attivisti e ambientalisti giunti da tutto il mondo, che hanno marciato sabato lungo la principale baia di Doha, la Corniche, in occasione della 18/a Conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti climatici (COP18), partita il 26 Novembre e in corso fino al 07 Dicembre, in cui viene discusso un secondo piano di azione del Protocollo di Kyoto.

È proprio nel Qatar, detentore dei tristi record mondiali di emissioni di CO2 pro capite e di consumo di acqua, che 17000 delegati di oltre 190 Paesi presenti e delle organizzazioni internazionali discutono e analizzano i progressi dell'azione internazionale per combattere i cambiamenti climatici, con l'obiettivo di pianificare le attività da realizzare nel quadro dei due filoni di lavoro lanciati dalla piattaforma di Durban, ovvero la stipulazione entro il 2015 di un accordo che vincoli legalmente ad una impegnativa riduzione delle emissioni a partire dal 2020 e l'individuazione di ulteriori misure per ridurre le emissioni globali prima del 2020.

Il fine ultimo è quello di tenere conto dell'obiettivo di limitare il riscaldamento globale sotto i 2 °C al di sopra della temperatura dell'era preindustriale. E se dentro ai palazzi va avanti la discussione, fuori si è svolta una protesta pacata e pacifica, la prima nella storia moderna dell'Emirato del Qatar, con slogan in inglese perché fossero ben comprensibili in tutto il mondo. "Arabi. È giunto il momento di prendere il comando" esortava, ad esempio, uno striscione di IndyAct che, con un'altra giovane organizzazione araba, Aycm (Arab Youth Climate Movement), hanno movimentato quella che non era "una protesta, ma una marcia per la pace", spiega Khalid al-Mohannadi, uno degli organizzatori.

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Per dar vita alla protesta, iniziata alle 07 del mattina per volere delle autorità, sono stati necessari mesi e mesi di trattative con il Governo, che ha preteso tutta una serie di limitazioni, come abiti castigati, nessun attacco contro la Casa Reale e l'assenza di qualsiasi slogan di tipo politico.

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"È arrivato il momento di dimostrare che ci siamo anche noi, che il mondo arabo non è preoccupato soltanto dai suoi giacimenti di petrolio e gas naturale", sostengono gli attivisti, un po' delusi dalla scarsa partecipazione. Ma, come conclude Ali Fakhry, portavoce di IndyAct, "quel che conta è poter dimostrare al mondo arabo che anche qui è possibile difendere i propri diritti e premere sui governi perché agiscano in difesa dell'ambiente".

Roberta Ragni

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