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L'uragano Isaac riporta a galla i danni provocati dalla marea nera che nel 2010 ha interessato il Golfo del Messico. Il petrolio ancora presente nella zona è infatti stato trasportato dalle correnti acquatiche generate dall'uragano verso East e West Ship Island (isola separata in due parti nel 1969 proprio a seguito di un analogo evento climatico) e verso le coste di Alabama, Mississippi e Louisiana, riaccendendo l'attenzione sui potenziali danni provocati dalla trivellazioni offshore.

Alcune analisi di laboratorio hanno confermato negli ultimi giorni i primi sospetti, dopo la comparsa di chiazze di catrame sulle spiagge della Louisiana. Gli esperti hanno potuto confermare come esse siano state provocate dal grave sversamento di petrolio che nel 2010 aveva interessato il Golfo del Messico. L'oro nero sarebbe stato trasportato verso le coste per azione dell'uragano Isaac.

I test sono stati effettuati da parte degli esperti della Louisiana State University, che hanno così potuto confermare senza ombra di dubbio la provenienza del petrolio, che purtroppo potrà mettere a rischio la vita degli animali acquatici presenti lungo le coste degli Stati e delle isole interessate dal fenomeno.

Le autorità hanno confermato la propria volontà di mettersi immediatamente all'opera per ripulire il più possibile le zone costiere interessate dalla nuova contaminazione, che purtroppo aggiunge un nuovi danni ambientali a quanto già provocato da Isaac. Alabama e Louisiana, i due stati maggiormente interessati dalla comparsa di chiazze di oro nero sulle spiagge e nelle acque circostanti, furono anche due delle località più colpite dalla marea nera nel 2010.

La Louisiana avrebbe deciso, di conseguenza, di chiudere l'accesso a quelle aree che al momento si trovano maggiormente interessate dalla presenza di petrolio, al fine di tutelare eventuali turisti e di procedere alla salvaguardia del territorio e della fauna marina. Greenpeace, che aveva documentato il disastro petrolifero presso East Ship Island nel 2010, è ora ritornata sul posto per constatare come, dopo poco più di due anni ed a seguito dell'uragano. la situazione appaia quasi immutata.

La maggiore preoccupazione degli ambientalisti riguarda la permanenza nel Golfo del Messico di almeno 1 milione di barili di petrolio a seguito del disastro della Deepwater Horizon. Essi si sono dunque rivolti all'Environmental Protection Agency ed alla National Oceanic and Atmospheric Administration per conoscere quali saranno le future mosse ufficiali volte a tutelare l'area del Golfo del Messico dalla presenza del petrolio.

Marta Albè

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