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L'Italia lo scorso anno ha detto addio nuovamente al nucleare. Ma quanto sono sicure le centrali atomiche che distano poche centinaia di chilimetri dai nostri confini? Dopo la paura per le conseguenze di eventuali incidenti nucleari nelle vicinanze del territorio Italiano, acuitasi a seguito del disastro di Fukushima, sono state attuate in Europa delle prove atte a verificare la resistenza delle centrali nucleari ad eventi quali terremoti ed inondazioni. Esse non avrebbero però preso in considerazione altri fattori di rischio, quali attacchi terroristici o incidenti aerei. Tali prove di sicurezza sono state denominate come Stress Test. Nella giornata odierna l'ISPRA ha condotto a Roma un seminario di analisi dei risultati relativi alle suddette prove effettuate in Europa.

Nei mesi scorsi era stata espressa una certa perplessità relativamente agli Stress Test. In particolare, Salvatore Barbera, responsabile della campagna Nucleare di Greenpeace Italia, aveva messo in dubbio nel corso di un'intervista l'affidabilità di tali prove di sicurezza, sottolineando come esse verrebbero effettuate dagli stessi addetti agli impianti, che non avrebbero nessun interesse ad evidenziare eventuali problemi esistenti.

Un anno fa, il comitato "Vota Sì per dire No al nucleare" aveva sottolineato come i testi in questione possano essere considerati positivi al fine della sicurezza, ma come riguardo ad essa non debbano essere create illusioni, in quanto il nucleare sarebbe da considerare come completamente imprevedibile. Di conseguenza, centrali nucleari completamente sicure non potranno mai esistere al mondo. Non sappiamo dunque se essere realmente rincuorati dai risultati positivi relativi agli Stress Test europei comunicati oggi da parte dell'ISPRA.

Alle prove di sicurezza hanno partecipato tutti e 15 i Paesi europei dotati di impianti nucleari e ad essi si sarebbero aggiunte Svizzera ed Ucraina. L'attenzione dell'Italia si è rivolta in maniera preponderante verso quegli Stati in cui sono presenti centrali nucleari ad una distanza analoga a quella che sarebbe possibile rilevare tra Tokyo e Fukushima. Ci riferiamo a Francia, Svizzera e Slovenia, che avrebbero compiuto sforzi positivi per migliorare le condizioni di sicurezza dei propri impianti, con particolare riferimento a situazioni di emergenza come terremoti e inondazioni. Ai rapporti effettuati dalle Autorità per la Sicurezza Nucleare locali sono seguiti i rapporti nazionali elaborati dal Peer Review Team ed ulteriori controlli. Ecco dunque le informazioni più recenti relative ai Paesi con impianti nucleari maggiormente prossimi ai confini italiani.

La Francia, con 58 unità in esercizio, distribuite su 19 impianti differenti, è stata oggetto di nuove raccomandazioni da parte dell'Associazione per la Sicurezza Francese, con particolare riferimento agli eventi sopracitati. Si è dunque pensato possa essere opportuno ottimizzare i tempi di reazione rispetto ad eventi imprevisti e potenzialmente catastrofici ad esempio mediante la creazione di una zona all'interno degli impianti che possa essere a prova di eventi esterni e in cui siano contenuti tutti gli strumenti necessari ad arginare le conseguenze di situazioni di emergenza.

Per quanto riguarda la Svizzera, il cui impianto a noi più vicino si trova a Muehleberg, a soli 89 km dal confine italiano, si troverebbe già in corso di completamento la realizzazione di un deposito a prova di eventi esterni in cui porre ad immediata disposizione parti di ricambio e attrezzature che potrebbero rivelarsi decisive in caso di incidente grave.

In Slovenia troviamo invece l'impianto di Krsko, situato a 130 km dal confine italiano, in una zona in cui potrebbero verificarsi eventi rischiosi sia dal punto di vista sismico che per quanto concerne le inondazioni. Al momento, secondo quanto comunicato da parte dell'ISPRA, le valutazioni effettuate indicano che i margini esistenti nella progettazione rispetto al sisma consentono di far fronte ad una accelerazione al suolo di 0,8 g senza danneggiamento per il nocciolo (valore di accelerazione stimato corrispondere ad una frequenza medi annua di 1 evento ogni 50.000 anni).

Ora che tali risultati, apparentemente positivi e rincuoranti, ci sono pervenuti, possiamo essere realmente tranquilli nell'essere coscienti della presenza di centrali nucleari ancora normalmente funzionanti nelle vicinanze del nostro territorio? Se i test sono stati ritenuti necessari, significa che il pericolo potrebbe essere reale nel caso di eventi estremi? Riflettiamo, continuando a preferire forme di approvvigionamento dell'energia che presentino rischi minori e che non possano rivelarsi dannose per la salute e per l'ambiente.

Marta Albè

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