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La Terra non ci basta più. Ogni anno consumiamo le risorse naturali di quasi un pianeta e mezzo. Tale tendenza ha provocato, solo fra il 1970 e il 2008, la perdita del 30% di biodiversità a livello globale con punte del 60% nei Tropici, considetata l'area geografica più colpite al mondo. È quanto emerge dall'edizione 2012 del Living Planer Report, il dossier biennale del WWF che fa il punto sullo stato di salute della Terra.

Il documento è stato diffuso oggi dall’associazione in vista del vertice mondiale sullo Sviluppo Sostenibile ‘Rio+20’, che si svolgerà a Rio de Janeiro tra circa un mese, dal 20 al 22 giugno.

La relazione 2012 del WWF sul pianeta, realizzata in collaborazione con la Zoological Society di Londra, il Global Footprint Network e l’Agenzia Spaziale Europea (ESA), è stata lanciata oggi dalla Stazione Spaziale Internazionale grazie all’astronauta dell’ESA André Kuipers, che “dall'alto” della sua prospettiva ha lanciato un messaggio chiaro: “Abbiamo un solo pianeta. Da qui riesco a vedere l'impronta dell’umanità, tra cui gli incendi delle foreste, l'inquinamento atmosferico e l'erosione del suolo e delle coste, le sfide che si riflettono in questa edizione del Living Planet Report”.

L’Indice del Pianeta Vivente, parametro che misura lo stato di salute della biodiversità della Terra, nel rapporto ha preso in esame circa 9.000 popolazioni di specie di vertebrati, mammiferi, uccelli, rettili, anfibi e pesci di oltre 2.600 specie. Nel complesso, si è verificata una riduzione globale del 30% delle specie dal 1970 ad oggi.

Servizi ecosistemici. La questione è complessa. L'uomo deruba sé stesso attraverso lo stoccaggio del carbonio, la legna da ardere, i flussi di acqua dolce e stock ittici, tutti servizi ecosistemici forniti da aree ad alta biodiversità, continuamente messe a rischio dalle attività umane. Il report ha quantificato i danni: negli ecosistemi di acqua dolce la capacità di rigenerarsi è diminuita del 37%, a livello globale, con una riduzione del 70% nelle zone tropicali. A ciò si aggiunga che solo meno di un terzo dei fiumi del mondo, la cui lunghezza supera 1.000 km, scorre liberamente e senza dighe sul letto principale. A questo sovra sfruttamento è legato anche il rischio di emergenza idrica: nel mondo, infatti, 2,7 miliardi di persone vivono nei pressi di bacini idrici che almeno un mese l’anno subiscono carenze idriche gravi.

Non va meglio agli ecosistemi marini, in cui l’attività di pesca mondiale dal 1950 al 2005 è aumentata di circa 5 volte, passando dai 19 agli 87 milioni di tonnellate e causando così il sovrasfruttamento di molti stock ittici.

Soffrono anche le foreste, a causa della deforestazione, responsabile secondo il WWF del 20% delle emissioni globali di CO2. E lo scenario che si profila per i prossimi anni, è ancor meno incoraggiante. È stato infatti calcolato che per limitare il riscaldamento medio globale sotto ai 2°C rispetto ai livelli pre-industriali. sarà necessaria una riduzione delle emissioni di oltre l’80%. Se così non fosse, le emissioni continueranno ad aumentare ed entro il 2040 alcune grandi regioni subiranno un aumento di oltre 2°C della temperatura media annuale.

Impronta sulla sabbia. In Italia il 50% delle coste è purtroppo compromesso da fenomeni come la cementificazione selvaggia ed l'erosione. È quanto conferma il WWF Italia con il dossier coste “Il profilo fragile dell’Italia” per la campagna “Un Mare di Oasi per te” in concomitanza con il ‘Living Planet Report 2012’. Secondo lo studio, sulle aree costiere, veri e propri anelli di congiunzione tra gli ecosistemi terrestri e quelli marini, gravano le trasformazioni legate all'intervento umano.

Che fare allora per salvare il pianeta? Il WWF, nel report, suggerisce cinque mosse.

1. Preservare il capitale naturale e proteggere la biodiversità. Bisogna proteggere e ripristinare i processi ecologici fondamentali, necessari per la sicurezza delle risorse alimentari, idriche ed energetiche, preservando la pluralità di specie e habitat della Terra.

2. Produrre meglio. Optare per sistemi di produzione efficienti che contribuiscano ad abbassare l’Impronta ecologica dell’umanità e a riportarla nei limiti ecologici, riducendo la domanda di risorse idriche, territorio, energia.

3. Consumare in maniera saggia. Secondo il WWF, vivere nei limiti ecologici della Terra richiede modelli di consumo globali in equilibrio con la biocapacità del Pianeta, conseguibile attraverso la riduzione della cosiddetta impronta ecologica, ed in particolare quella del carbonio, delle popolazioni ad alto reddito. Come? Cambiando i modelli alimentari e riducendo gli sprechi.

4. Riorientare i flussi finanziari. In troppi casi, il sovrasfruttamento a breve termine delle risorse e il danneggiamento o la distruzione degli ecosistemi risultano una grande fonte di profitti per pochi attori. Per questo occorre reindirizzare i flussi finanziari a favore della conservazione e di una gestione sostenibile degli ecosistemi.

5. La gestione equa delle risorse. Una gestione equa delle risorse è la Regola per ridurre e condividere il nostro utilizzo delle stesse, rimanendo entro la capacità rigenerativa di un solo Pianeta. Creare piani efficaci di sviluppo economico, inseriti in un quadro politico e giuridico che fornisca un accesso equo alle risorse alimentari, idriche ed energetiche.

Viviamo come se avessimo un pianeta in più a nostra disposizione. Stiamo utilizzando il 50 per cento di più delle risorse che la Terra può produrre e se non cambieremo rotta il numero crescerà rapidamente - entro il 2030 anche due pianeti non saranno sufficienti” ha detto Gianfranco Bologna, Direttore Scientifico del WWF Italia. “Nel 1970 sottraevamo annualmente materie prime dalla Terra per circa 30 miliardi di tonnellate, oggi siamo a quasi 70 miliardi. Come hanno indicato i maggiori scienziati internazionali che si occupano di scienze del sistema Terra, ci troviamo in un nuovo periodo geologico definito Antropocene perché l’intervento umano produce effetti equivalenti alle grandi forze della natura che hanno modellato il Pianeta stesso”.

E noi lo stiamo cambiando. In peggio. Ogni giorno di più.

Francesca Mancuso

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