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Il disastro di Fukushima è la conseguenza del fallimento di più parti in gioco nella drammatica vicenda giapponese. Tale è il messaggio che Greenpeace International desidera lanciare oggi attraverso la presentazione del rapporto “Fukushima, un anno dopo”, volto ad indagare i comportamenti e le responsabilità di coloro che in ogni momento avrebbero dovuto agire nella maniera più corretta a garantire la piena sicurezza dei cittadini a seguito del terremoto e dello tsunami che colpirono il Giappone lo scorso 11 marzo. Nonostante ciò, si fa strada in Giappone la concreta prospettiva di un totale ritorno al nucleare.

Un gruppo internazionale di attivisti di Greenpeace ha deciso di agire concretamente affinché il governo giapponese decida di rinunciare completamente al nucleare in difesa della popolazione del Paese. Undici attivisti sono stati oggi protagonisti di una scalata al Monte Fuji, per portare fino alla sua vetta i messaggi di solidarietà, scritti a mano su bandiere colorate, provenienti da tutto il mondo e raccolti sul Web, rivolti alle vittime dell'incidente nucleare di Fukushima. Il messaggio antinucleare è stato così portato il più in alto possibile, nella speranza che possa essere accolto non soltanto dal Giappone , ma da tutti i Paesi del mondo.

Dal rapporto emerge come la colpa dell’incidente di Fukushima non sia da imputare unicamente a cause naturali, alle quali si è infatti purtroppo aggiunto l’errore umano, un fattore che dovrebbe sempre essere preso in considerazione e che purtroppo nel caso in questione ha portato ad un aggravamento delle conseguenze dell’accaduto, soprattutto per quanto riguarda la situazione di coloro che possedevano un’abitazione nell’area ritenuta a maggior rischio per quanto concerne il pericolo radioattivo.

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Greenpeace ha commissionato il proprio rapporto ad un gruppo di esperti indipendenti, i quali hanno evidenziato come il Giappone, considerato uno dei Paesi maggiormente preparati all’azione in caso di emergenza, non sia stato in grado di agire come previsto, a causa di piani di evacuazione che non si sono rivelati in grado di proteggere e soccorrere i più deboli. Le possibili conseguenze dell’incidente occorso presso la centrale nucleare sono state purtroppo fin dall’inizio minimizzate sia da parte delle autorità che da parte degli operatori presenti in loco. Per finire, oltre al danno, vi è stata la beffa di cui tuttora i cittadini evacuati dalle zone a rischio si trovano ad essere vittime. Essi sono infatti, dopo un anno, ancora in attesa di ricevere i rimborsi previsti da parte di TEPCO, che, a causa di un sistema fallace, è probabile debbano essere versati dagli stessi contribuenti giapponesi.

Dopo essere rimasti attoniti di fronte alle immagini degli animali abbandonati a se stessi a seguito dell’incidente, ci ritroviamo ad affrontare un’altra amara verità. Nell’emergenza, sono stati ancora una volta i più deboli ad aver pagato il prezzo più caro. I piani di evacuazione non si sono rivelati sufficientemente efficaci da prevedere di trasportare in luoghi sicuri tutti i pazienti più anziani ricoverati in ospedali e case di riposo. Nelle situazioni peggiori, i medici e gli infermieri, in fuga di fronte al pericolo radioattivo, hanno lasciato privi delle cure necessarie centinaia di allettati. A causa di un simile comportamento, decine di pazienti sono morti, dopo la fuga del personale deputato alla loro assistenza.

Ha inoltre fallito l’applicazione dell’obbligo di confinamento delle famiglie nelle proprie abitazioni, al fine di proteggerle dalle radiazioni, procedura rivelatasi inattuabile nel lungo periodo. Resta grave la questione del risarcimento dei danni causati. La TEPCO è finora riuscita a sfuggire alle proprie responsabilità, avendo riconosciuto soltanto una minima parte dell’ indennità di risarcimento spettante a coloro che ne avrebbero diritto. Non esiste attualmente in Giappone un regolamento che definisca i tempi e le modalità di versamento delle cifre calcolate in relazione ai danni causati. La TEPCO avrebbe finora versato 3,81 miliardi dollari, ma le stime del costo reale dei danni sarebbero comprese tra i 75 e i 260 miliardi di dollari ed i costi complessivi dell’incidente di Fukushima, inclusi i rimborsi e lo smantellamento dei sei reattori dell’impianto di Daiichi, sarebbero stati stimati tra i 500 e i 650 miliardi di dollari.

Nonostante la gravità dell’accaduto, pare che il Giappone abbia intenzione di riavviare le centrali nucleari, incurante del fatto che, nel caso di ulteriori incidenti, saranno nuovamente i cittadini a dover pagare le conseguenza. La spinta per un prepotente ritorno al nucleare giunge direttamente dalle autorità del Paese, che appaiono così incuranti della situazione di coloro che dopo Fukushima si trovano tuttora a non poter raggiungere la propria abitazione e privi dei mezzi economici per poter rifondare le basi della propria esistenza. Greenpeace ha dato il via ad un appello affinché il Giappone riorienti la propria produzione energetica verso le fonti rinnovabili e affinché i 435 reattori nucleari tuttora in funzione nel mondo chiudano entro il 2035.

Per approfondire: scarica qui il rapporto completo in inglese.

Marta Albè

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