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Sono passati quasi due mesi dalla notte in cui l’Eurocargo Venezia della Grimaldi Lines perse in mare, durante una tempesta, 112 pericolosi fusti in acciaio contenenti catalizzatori a base di nichel e molibdeno. Una vicenda che è stata adombrata dalla grande tragedia del Giglio, ma che testimonia allo stesso modo la pericolosità dei traffici marittimi in aree sensibili come lo sono le acque del Santuario internazionale dei mammiferi marini Pelagos o il mare del Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano.

Ora, però, i due semirimorchi che contenevano i fusti potrebbero essere stati individuati dalla Minerva Uno, la nave della società Castalia impegnata dall’armatore, la Atlantica di Navigazione del gruppo Grimaldi, nelle operazioni di ricerca. Si troverebbero ad una profondità variabile tra i 420 e i 430 metri a 9 miglia nord-ovest dall’isola di Gorgona, esattamente nell'area del presunto affondamento. Le operazioni erano effettivamente partite lunedì scorso, dopo l’ordinanza firmata dal comandante Ilarione Dell'Anna, ed erano state interrotte per alcuni giorni nella scorsa settimana a causa del maltempo. Ma hanno portato comunque, nel giro di pochi giorni, al possibile ritrovamento del carico perduto a causa, pare, di una brusca virata.

Un’ottima notizia? Non proprio, visto che si tratta solo del punto di inizio. Prima di tutto, bisognerà inviare sul fondale un Rov (Remotely operated vehicles) dotato di telecamera per accertarsi che si tratti davvero dei fusti pericolosi e per capirne eventualmente lo stato di ossidazione. Trattandosi di un’indagine geofisica offshore, infatti, non si può dire definitivamente e con certezza che l’individuazione sia avvenuta con successo. Ad oggi, si può parlare di una “buona approssimazione” che fa pensare che i target individuati siano proprio quei bidoni pieni di sostanze tossiche, che erano stati prelevati dal cargo dalla raffineria di Priolo, provincia di Siracusa, e che, destinati al porto di Genova, sarebbero stati impiegati nella desolforazione del petrolio.

Resta da capire, infine, come si intende procedere per il loro recupero, peraltro non così tanto scontato. Insomma, il rischio resta alto, anche perché sono in molti a ritenere che i fusti non siano in grado di resistere alla pressione del mare a grandi profondità e che il loro contenuto possa persino entrare nella catena alimentare. Insomma, occorre immediatamente stabilire lo stato dei bidoni, provvedere al loro recupero e determinare i possibili danni a un ambiente marino che poche miglia più ad ovest deve fare i conti anche con l’inquinamento della nave da crociera Costa Concordia.

Roberta Ragni

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