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La compagnia anglo-olandese Shell sarà pronta a dare il via alle trivellazioni nell’Artico, se l’Amministrazione Obama deciderà per l’attuazione del nuovo piano quinquennale per l’estrazione offshore di oro nero. Nel caso si verificassero versamenti petroliferi in una delle zone dall’ecosistema più delicato del nostro Pianeta, sarebbe praticamente impossibile ripristinare le condizioni ambientali iniziali, a causa dell’inospitale clima artico.

Un incidente petrolifero potrebbe rivelarsi catastrofico per gli orsi polari e per le numerose creature marine che popolano il Mar di Beaufort, nell’Artico, a nord dell’Alaska, e di Ciukci, la cui estensione è localizzata tra la costa occidentale dell’Alaska e la Siberia. Al fine di evitare il verificarsi di tali situazioni ad alto rischio, ambientalisti, ecologisti ed animalisti americani si sono uniti per cercare di impedire che sia i test di trivellazione che le vere e proprie operazioni di estrazione del petrolio abbiano inizio.

Dagli Stati Uniti è stato lanciato uno spot che sta facendo il giro del mondo, volto a contrastare le intenzioni della compagnia petrolifera, che si prepara ad operare lungo le coste del Circolo Polare Artico. Di fronte ad un eventuale disastro ambientale, la fauna artica sarebbe costretta a contare su scarsissime possibilità di sopravvivenza. Il video, che mostra quali potrebbero essere le condizioni di vita degli orsi polari nella peggiore delle ipotesi, è parte della campagna Keep Shell out of the Arctic!. La speranza dei promotori dell’iniziativa è che alla Shell venga negato dalle autorità statunitensi il permesso finale necessario per dare inizio alle trivellazioni, previste a partire dall’estate 2012.

Il primo permesso per la realizzazione di quattro pozzi esplorativi da situare in un giacimento petrolifero del Mar di Beaufort era stato concesso alla compagnia petrolifera lo scorso agosto. La concessione del via libera iniziale aveva allarmato i cittadini statunitensi sensibili alle problematiche ambientali, che avevano immediatamente dimostrato la propria opposizione ad una così amara decisione, dando voce al proprio più grande timore, relativo all’assenza di mezzi efficaci per arginare il verificarsi di una marea nera nell’Artico, possibilità ritenuta non sufficientemente remota dagli ambientalisti ‒ come già il New York Times riportava lo scorso agosto ‒, soprattutto nel caso si prenda in considerazione quanto avvenuto nel 2010 nel Golfo del Messico.

Attualmente al mondo si conta siano rimasti dai 20 mila ai 25 mila esemplari di orsi polari, la cui sopravvivenza potrebbe essere messa ulteriormente a rischio dalle operazioni di individuazione ed estrazione dell’oro nero, soprattutto nel caso in cui si verificassero pericolosi assottigliamenti degli strati di ghiaccio sui quali essi necessitano di spostarsi per andare alla ricerca di cibo e se le specie di cui gli orsi si nutrono risultassero contaminate dal petrolio o diminuissero drasticamente di numero.

Ricordiamo infine che proprio la Shell si è resa responsabile, lo scorso dicembre, di un nuovo versamento di petrolio nelle acque oceaniche, che ha interessato le coste della Nigeria. A destare preoccupazione è il fatto che ben 40 mila barili di petrolio siano finiti in mare nel corso di operazioni ritenute di routine. Di fronte ad un incidente così recente, gli Stati Uniti dovrebbero essere spinti a riflettere maggiormente sulla propria decisione finale, proseguendo nel tenere conto di come un incremento del ricorso alle energie rinnovabili potrebbe condurre nel corso del tempo alla riduzione della dipendenza mondiale dal petrolio.

Marta Albè

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