balene_plastica

Il menù tipico degli stupendi cetacei che popolano i nostri oceani si è arricchito di un nuovo componente che, al contrario di piccoli pesci, calamari e plancton, mette gravemente a rischio la loro salute: la plastica, una minaccia sempre più grave per gli ecosistemi marini, che spesso ingeriscono mentre mangiano aspirando l'acqua. Come è successo ai due capodogli trovati sulle spiagge della California nel 2008, uno dei quali aveva 250 chili di plastica nello stomaco. Perché la plastica, che si degrada con estrema lentezza, oltre a intrappolare alcuni animali, i più piccoli, immette agenti inquinanti nella catena alimentare, rilasciando tossine e assorbendo altri agenti chimici che sono presenti nell’oceano. Così uccide anche queste balene: nemmeno loro sono stati in grado di sfuggire al flagello dell’inquinamento della plastica, che nel Pacifico è diventato un vero flagello che sta avendo forti ripercussioni anche per pesci, tartarughe e uccelli.

Eppure, questi cetacei, identificati come una delle specie più intelligenti del mare, se non del pianeta, possiedono il cervello più grande e più pesante di qualunque animale noto vivente o estinto, con i suoi 7 kg in media nei maschi adulti. Organizzati in gruppi sociali, comunicano con il sonar e sono in grado persino di identificare gli altri esemplari “per nome”. Sono capaci di immergersi fino a 3 km di profondità e di restare sul fondo dell'oceano fino a 90 minuti, anche se di solito le immersioni si aggirano tipicamente intorno ai 400 m di profondità per 30-45 minuti. Ma il loro problema principale è attualmente la plastica, che li colpisce in due modi: in primo luogo, quando la massa di rifiuti prende spazio nello stomaco dell'animale, ne riduce la capacità di consumare abbastanza nutrienti. Inoltre, le emissioni dei metalli pesanti e altre tossine contenute nel materiale ingerito creano una concentrazione di “veleni” potenzialmente mortali.

Anche per questo, per difendere i capodogli, Rachael Miller, stanca di vedere sempre pieno di rifiuti il mare di Newport, ha pensato bene di inventarsi qualcosa per ripulire l'oceano e ha così dato vita al progetto Rozalia. Obiettivo? Rimuovere ogni singolo rifiuto possibile dal mare attraverso la propria azione diretta e mostrare alla gente l'impatto dei rifiuti marini attraverso un’educazione più consapevole. Per farlo, si avvale dei ROV (Remotely Operated Vehicle), dei piccoli veicoli subacquei teleguidati che riprendono i fondali disseminati di rifiuti per mostrarli poi alle comunità locali e, soprattutto, ai bambini, sperando che la realtà delle immagini che vedono possa cambiare i comportamenti sbagliati che inquinano mari, fiumi e laghi in tutto il mondo. Ma che raccolgono anche sacchetti di plastica, bottiglie e lattine, filtri per sigarette, tappi di bottiglia in tutti gli Stati Uniti.

E noi come possiamo contribuire? Cosa possiamo realmente fare?

Eseguire un corretto smaltimento dei rifiuti prodotti, sempre e in ogni situazione, anche in strada, al mare o in vacanza. Molti dei rifiuti presenti in mare vengono proprio dai tombini e dalle fognature delle città.

Limitare il consumo di plastica, prediligendo l’utilizzo di materiali biodegradabili, borse riutilizzabili di stoffa o di carta

Utilizzare sempre gli oggetti riutilizzabili e riciclati, mai gli articoli usa e getta

Se si possiede una barca, scegliere di sostenere porti rispettosi dell'ambiente e segnalare eventuali discariche abusive alle autorità competenti.

Donare parte del proprio tempo alla pulizia di mari e delle spiagge

Sensibilizzare chi ci sta intorno, dagli amici ai parenti ai concittadini, proprio come sta cercando di fare Rachael, condividendo queste informazioni e creando consapevolezza del problema

Ricordare sempre che in gioco c’è la salvaguardia di tutti i mari e degli esseri che li popolano.

Roberta Ragni

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