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È di oggi la notizia dell’affondamento di una piattaforma petrolifera al largo dell’isola di Sakhalin, nell’estremo Oriente russo, con un bilancio di quattro deceduti e di 49 dispersi. Solo 14 delle 67 persone a bordo sono riuscite a mettersi in salvo. Si tratta della piattaforma Kolskaya, appartenente ad una delle società che fanno capo a Gazprom. Sebbene al momento si escludano eventuali fuoriuscitedi petrolio, la situazione ambientale ed ecologica della Russia risulta ad ogni modo drammatica.

Associated Press in una sua inchiesta riporta come annualmente i versamenti di petrolio in territorio russo equivalgano all’1% della produzione totale nazionale, per un ammontare di circa 5 milioni di tonnellate, di cui 500 mila andrebbero perse annualmente, secondo le stime di Greenpeace. Concause di ciò sarebbero le condizione climatiche limite caratteristiche delle zone più a nord della Russia, insieme alla presenza di infrastrutture ormai obsolete.

Si tratta di un amaro primato per la nazione responsabile del 13% della produzione di petrolio mondiale. Le perdite di petrolio causano in territorio russo gravi danni ambientali, contaminando le acque ed i terreni, distruggendo la vegetazione e privando gli animali del loro habitat naturale, oltre che turbando il delicato equilibrio degli ecosistemi di laghi e fiumi.

I versamenti di petrolio in Russia avvengono costantemente, nel silenzio, senza essere attorniati dal clamore che porta alla ribalta nella cronaca i casi più eclatanti, che interessano solitamente altre parti del mondo. Appare pressoché impossibile stimare con precisione i danni ambientali correlati alle perdite petrolifere in Russia, poiché la maggior parte di esse avvengono in zone disabitate e dal clima particolarmente ostile.

Le perdite di petrolio sarebbero per lo più causate dalle fratture provocate dal gelo, che andrebbero ad interessare gli oleodotti, in condizioni climatiche polari, con temperature che normalmente nella stagione più fredda toccano i 40°C sotto lo zero. Nonostante le opere di manutenzione messe in atto dalle compagnie petrolifere, le perdite di petrolio di pozzi e oleodotti si ripetono incessantemente.

Il Ministero per lo Sviluppo Economico russo, nel 2010, avrebbe stimato i versamenti accidentali di petrolio per ben 20 milioni di tonnellate all’anno. Una cifra spaventosa, il cui calcolo sarebbe stato effettuato sulla base di tutte quelle perdite di petrolio che non verrebbero normalmente prese in considerazione, poiché ritenute scarse e, di conseguenza, di routine.

Il fenomeno interessa anche altri stati produttori di petrolio, tra cui la Nigeria, con 110 mila tonnellate andate perse nel 2009, gli Stati Uniti (17.600 nel 2010), il Canada (7700 all’anno) e la Norvegia (3000 all’anno).

Nonostante il proprio triste primato, la Russia si prepara ad avvalersi delle tecnologie che le permetteranno nei prossimi decenni di estrarre il petrolio tramite trivellazioni effettuate direttamente nell’Artico. La corsa al petrolio russa continua dunque, nonostante sia compresa proprio nel suo territorio una delle aree maggiormente danneggiate dalle perdite di petrolio, a causa di oleodotti obsoleti.

Si tratta della Repubblica di Komi, nell’estremo nord siberiano, che nel solo 1994 fu interessata da un versamento di 100 mila tonnellate di petrolio, causa delle distruzione di vegetazione e fauna acquatica, danni ancora chiaramente visibili sorvolando la zona interessata, da cui gli abitanti sono stati costretti ad allontanarsi.

Nell’area le perdite petrolifere sono tuttora costanti e sono state stimate per circa 2,7 tonnellate all’anno, cifre che a parere del responsabile di Greenpeace Russia, Ivan Blokov, potrebbero essere inferiori alla realtà, data la riluttanza dei responsabili di Lukoil, la maggiore compagnia petrolifera russa, nell’effettuare le riparazioni necessarie e la loro probabile inclinazione a celare le perdite in corso.

Marta Albè



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