marlane

Scorie tossiche sotto terra o gettate in mare. Continua la saga della fabbrica dei morti, l'azienda tessile Marlane di Praia a Mare, del gruppo Marzotto. Dal 1999 si indaga sui presunti illeciti e sulle morti dei lavoratori dell'azienda, tutti per cancro. Chiusa nel 2004, l'azienda fin dal 1999 è sotto l'esame dei magistrati, per scoprire se davvero gli scarti della lavorazione dei tessuti erano gettati in mare o sotterrati. Da venerdì scorso l'area è di stata posta di nuovo sotto i sigilli.

E la conta delle vittime non sembra essere ancora stata chiusa. Fino ad ora 40 sono stati i decessi a causa del cancro. Sul banco degli imputati 13 nomi noti dell'industria tra cui anche l’attuale sindaco di Praia, Carlo Lomonaco, responsabile del reparto tintoria e dell’impinato di depurazione dal 1973 al 1988 e direttore dello stabilimento dal 2002 al 2003, e i coloranti azoici e l’amianto, presenti sui freni dei telai. Altri 60 gli ex-operai della Marlane che ancora oggi stanno combattendo contro il tumore.

Questa volta il Procuratore della Repubblica di Paola, Bruno Giordano, che ha parlato di "condizioni di lavoro da terzo mondo", cercherà di mettere la parola fine a questa triste e scandalosa storia, che ancora aspetta i suoi colpevoli. L'accusa mossa dai magistrati è quella di disastro ambientale omicidio plurimo aggravato, ma vi sono anche quella dell'omissione di cautele sul lavoro e di lesioni gravissime. Si attende dunque una nuova analisi del suolo, nel quale, secondo l'accusa potrebbero essere stati disseminati sostanze come cadmio, cromo esavalente, piombo, arsenico, nichel, amianto.

Anche un ex operaio della Marlane, Franco De Palma, prima di morire aveva raccontato durante il programma “Crash” cosa succedeva dentro la fabbrica della morte di Praia a Mare: "Ci dicevano: puzza, ma non fa male. Ero un operaio specializzato del reparto tintoria. Noi avevamo l’ordine, io e un altro di Praia, di buttare i rimanenti coloranti".

Ed ecco le modalità con cui venivano nascoste le scorie. Racconta De Palma: "Si facevano delle buche grandissime fuori, nella parte dietro al capannone e si versavano tutti là, nell’area che dà sul mare. Poi le ricoprivamo. Non potevi dire che non lo voleva fare. loro ti dicevano: se non lo fai tu lo fa qualcun altro. E lo facevamo sempre il sabato mattina, o il sabato sera, quando lo stabilimento non funzionava". La paura ha spinto molti operai ad obbedire agli ordini, forse per non perdere il posto di lavoro, ma alla fine molti di loro hanno perso la vita, mettendo a rischio anche quella degli abitanti della zona.

Francesca Mancuso

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