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“Patagonia Sin Represas” (Patagonia Senza Dighe, n.d.r.). Recita così la campagna promossa dai cittadini del Cile e da diverse organizzazioni, tra le quali figurano anche gruppi italiani come Mani Tese e CRBM (Campagna per la Riforma della Banca Mondiale), un’operazione che ha lo scopo di opporsi alla costruzione – invasiva – di una serie di progetti idroelettrici, e che sarebbero letali per il delicato ecosistema della regione cilena.

La partecipazione di organizzazioni non governative italiane non è però un caso. Uno dei principali consorziati del progetto HidroAysén che prevede la costruzione di cinque dighe, è infatti la nostrana ENEL, la quale – attraverso una partecipazione statale del 32% con ENDESA – detiene (grazie anche all’ultraliberista Código de Aguas varato da Pinochet nel 1981) il diritto all’uso dell’acqua, che in Cile non appartiene allo Stato ma bensì ai privati.

Ma cos’è la Patagonia in termini di patrimonio naturale? Ci troviamo di fronte ad uno dei pochi luoghi al mondo che mantengono un equilibro ambientale intatto, dai paesaggi incontaminati alle specie animali autoctone (come lo Huemul, un piccolo cervo in via d’estinzione) e che incentiva un turismo responsabile. E allora, perché questa scelta tra sviluppo intensivo e conservazione dell’ecosistema?

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Le risorse naturali e l’acqua in primis (elemento chiave in questa storia) sono l’accordo in nome del quale si mette il guadagno davanti alla voglia di preservare questo grande patrimonio mondiale. Come ricordano i nativi del luogo e diversi testimoni di fama internazionale (Robert Kennedy F. Jr), la Patagonia è stata dichiarata dal governo regionale “Area di Conservazione della Cultura e dell’Ambiente”, un motivo per dire no allo scempio paesaggistico.

La realizzazione di questo enorme complesso di dighe permetterebbe a ENDESA di costruire 5 centrali idroelettriche nella regione di Aysén (da qui il nome HidroAysén), lungo i fiumi Baker e Pascua. Perché questo accada, è necessaria l’espropriazione delle terre (con l’inondazione dei terreni ) ed il conseguente allontanamento delle famiglie stanziate nei luoghi, con un danno all’ambiente e all’economia locale (agricoltura, allevamento e turismo) inestimabile.

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Purtroppo questo contrasto tra tutela dell’ambiente e “progresso invasivo” è cosa ormai diffusa. Basti pensare, senza spostarci troppo, a Brasile e Bolivia dove la foresta Amazzonica rischia di diventare un passaggio per poter collegare i porti del Pacifico a quelli dell’Atlantico meridionale e dove ad una politica ecosostenibile che tenga conto dell’impatto ambientale, come quella dell’indigeno e politico boliviano Evo Morales, viene preferita un’economia osservante.

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Viene da chiedersi: non v’è altra alternativa che possa venire incontro a tutte le parti? Un progresso eco-sostenibile è quello che propone il gruppo Patagonia Sin Represas, che vorrebbe vedere “impiegate” le risorse del posto, come il vento (per l’energia eolica), le riserve minerarie (ora sfruttate da imprese straniere), il sole e l’acqua stessa (con l’energia mareomotrice), ma è necessario che lo Stato ritorni ad avere pieno potere decisionale perché questo accada.

Per saperne di più: http://patagoniasenzadighe.org/

Sebastiano Piras

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