squali

Da un paio di giorni giornali, telegiornali e siti web di tutto il mondo non fanno altro che parlare dell’uccisione del ventenne sbranato in Australia da uno squalo mentre, con alcuni amici, faceva bodyboard tra le onde.

Una fine macabra, da peggiore dei film sull'argomento. Passa invece in sordina un'altra notizia che ha sempre gli squali come protagonisti: la zuppa di pinne, una specialità della cucina cinese sta per fortuna essere messa al bando nello stato della California. Perché anche se non se ne parla è abitudine diffusa di molte culture asiatiche tra cui quella cinese in primis – di uccidere, cucinare e mangiare gli squali.

A quanto pare però le autorità dello Stato americano stanno vagliando l’ipotesi di abolire questo piatto. Ad annunciarlo è stato un servizio la CNN, dopo aver sottolineato la reale carneficina avvenuta nei mesi scorsi proprio nei confronti degli squali: solo nel 2010 sono stati catturati e uccisi circa 100 milioni di squali. Il motivo? Effettuare l’esportazione delle pinne, considerate una vera prelibatezza e destinate a diventare l’ingrediente principale di brodi e zuppe. Mentre le carcasse vengono rigettate in mare.

Considerato il piatto principale del pasto imperiale cinese, la zuppa di pinne di squalo è un vero e proprio obbligo nella cucina orientale, specie in occasioni di cerimonie e banchetti, perché sinonimo di longevità e salute (non per lo squalo evidentemente).

Oggi però, non siamo più soggetti (o almeno dovremmo esserlo) ai riti tribali dell’età imperiale, pertanto la notizia dell’uccisione degli squali per fini culinari dovrebbe fare il giro del mondo tanto quanto l’uccisione del ventenne sbranato. O no? Forse il fatto che rappresenti la regola la rende poco notiziabile?

Verdiana Amorosi

 

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