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Le trivellazioni in Italia rischiano di coinvolgere una superficie di mare grande quanto la Sicilia. Sono 30 mila i chilometri quadrati del Mare Nostrum in cui potrebbero essere costruite nuove piattaforme petrolifere. In particolare sono le coste adriatiche di Puglia, Molise, Abruzzo e Marche oltre al canale di Sicilia, le zone italiane più “ambite” dalle aziende energetiche internazionali.

A mettere tutto questo nero su bianco il nuovo dossier di Legambiente "Un mare di trivelle" lanciato da Goletta Verde giunta questo week end in Pugliae in navigazione verso le isole Tremiti, oggetto, purtroppo di nuove concessioni e diverse richieste di ricerca di idrocarburi. Un rapporto in cui vengono illustrati tutti i numeri e i rischi legati alle 117 nuove trivelle che minacciano il mare italiano, per cui sono stati concessi 21 nuovi permessi di ricerca solo nell’ultimo anno e 25 in tutto di cui 12 mila kmq nel mare: “12 permessi riguardano il canale di Sicilia, 7 l’Adriatico settentrionale, 3 il mare tra Marche e Abruzzo, 2 in Puglia e 1 in Sardegna”.

Il tutto senza contare le aree per cui sono state avanzate richieste per attività di ricerca petrolifera e in tal caso si arriverebbe, appunto a coinvolgere ben 30mila kmq.

Siamo di fronte ad un vero e proprio assedio del Mare Nostrum da parte delle compagnie straniere, che hanno presentato il 90% delle istanze di ricerca nel nostro Paese, considerato il nuovo Eldorado, grazie alle condizioni molto vantaggiose per cercare ed estrarre idrocarburi – dichiara Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente -. Ma, come ripetiamo da anni, il gioco non vale la candela: secondo il Ministero dello Sviluppo economico le riserve stimate sono pari a 187 milioni di tonnellate che, considerando il tasso di consumo del 2010 di 73,2 milioni di tonnellate, verrebbero consumate in soli 30 mesi, cioè in 2 anni e mezzo. Proprio per questo anche quest’anno la Goletta Verde di Legambiente è in prima linea per difendere il mare italiano da questo assalto che garantirebbe solo ricchi utili per le società petrolifere, senza tener conto non solo dei rischi per il turismo e la pesca in caso di incidente, ma anche del nuovo modo di produrre energia che deve sostituire quanto prima le fonti fossili”.

Ma per che cosa tutto questo? Nel 2010 in Italia sono state estratte più di 5 milioni di petrolio - 4,4 milioni di tonnellate a terra e circa 700mila tonnellate a mare – ovvero il 7% dei consumi totali nazionali di greggio in particolar modo a largo della costa siciliana – tra Gela e Ragusa – e nel mar adriatico centro meridionale, le zone dove ora hanno messo gli occhi anche nuove compagnie che, in una lottizzazione senza scrupoli, non risparmiano neppure le aree marine protette come nel caso delle isole Egadi e isole Tremiti

“Nelle Isole Tremiti, come in tutta Italia, - conclude Stefano Ciafani - il futuro del mare sta nel turismo di qualità e nella pesca sostenibile, non certo nella minaccia di nuove piattaforme petrolifere che rappresentano una seria ipoteca sul futuro delle nostre coste, come ha dimostrato la tragedia ambientale del Golfo del Messico dello scorso anno. Per questo Legambiente ribadisce il no deciso all'ipotesi di nuove trivellazioni nel mare italiano, che garantirebbero solo ricchi affari per le aziende petrolifere senza alcuna ricaduta positiva sull'abbassamento della bolletta energetica nazionale e di quella delle famiglie italiane”.

 

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