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La confusione che regna in Giappone in seguito al disastroso terremoto dell'11 marzo scorso ha contagiato anche il governo. All'indomani della dichiarazione del premier Naoto Kan pannelli solari sui tetti di tutti gli edifici entro il 2030 – il ministro dell'Economia, del Commercio e dell'Industria Banri Kaieda lancia un monito di senso opposto: "l'atomo resta uno dei pilastri della nostra politica energetica". Una sentenza lapidaria, rilasciata a mo' di commento al risultato del referendum italiano e addolcita solo in parte da un'inutile premessa: "comprendo le proteste dopo Fukushima".

Niente passi affrettati, dunque. Il Giappone di oggi non è più il Giappone superefficiente di tre mesi fa, ma un paese che ogni ora rischia il black out e che per tornare agli standard di vita pre-sisma ha un disperato bisogno di energia elettrica.

"È importante equilibrare i passi verso la denuclearizzazione e gli attuali problemi di rifornimento energetico ha aggiunto Banri Kaieda. Inutili quindi le proteste dei cittadini, che solo pochi giorni fa avevano manifestato in più di 150 luoghi del paese la loro volontà di abbandonare per sempre il nucleare. Resta il fatto che solo 19 impianti su 54 continuano a funzionare dal giorno del terremoto, con un – 60% di produzione di energia atomica che dovrà essere in qualche modo rimpiazzato.

C'è però chi di tornare al nucleare non ne vuole sapere, almeno non a queste condizioni. Il governatore della provincia di Fukui, ad esempio, ha annunciato che non autorizzerà la riattivazione dei reattori bloccati per manutenzione finché il governo centrale non chiarirà le cause delle recenti chiusure e lo stato degli impianti in generale. Questo mentre la Tepco ha ammesso la sovraesposizione a sostanze radioattive di altri sei operai che avevano partecipato ai soccorsi, e mentre due balenottere catturate davanti all'isola giapponese di Hokkaido sono risultate positive ai test per rilevare la presenza di cesio radioattivo nella carne (24 e 31 bequerel per chilo). La domanda a questo punto è legittima e andrebbe posta allo stesso ministro Banri Kaieda: basterà il suo “comprendere le proteste del dopo Fukushima” per fermare la rabbia della popolazione contro lo scempio ambientale in atto?

Roberto Zambon

 

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