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È passato ormai un anno da quel 20 aprile del 2010 in cui esplose la piattaforma petrolifera “Deepwater Horizon” dell'inglese British Petroleum, a largo del Golfo del Messico, uccidendo addetti e generando il peggior disastro petrolifero mai accaduto sul pianeta. Da quel momento ogni giorno si sono riversati migliaia di barili di greggio in mare, devastando le acque, la vita degli animali, l’economia del golfo del Messico e tutto l’ecosistema circostante.

Per cinque lunghi mesi, attraverso i mass media, il mondo ha assistito al tentativo dei tecnici di riparare la falla, situata a più di 1.500 metri di profondità, e al riversarsi continuo di petrolio in mare.

Ma ad un anno esatto dalla marea nera del Golfo del Messico, come stanno esattamente le cose?
Dopo la ripulitura delle spiagge e delle acque, molto del petrolio fuoriuscito è ancora nei fondali, ad impedire la quieta esistenza della fauna marittima. Per questo in molte zone la pesca è ancora proibita, in altre il pesce non è commestibile, mentre il turismo arranca.

La compagnia proprietaria della piattaforma esplosa, dopo mesi di accuse e discolpe, è stata condannata a pagare un risarcimento 20 milioni di dollari, giudicati dagli abitanti come una cifra irrisoria rispetto al disastro ambientale ed economico provocato alla zona.

E se gli esperti non sanno ancora valutare quanto dureranno gli effetti del disastro sull’ambiente, la BP ha già chiesto il permesso per tornare a trivellare a largo del Messico.

Come abbiamo pubblicato ieri, Greenpeace ha messo online i documenti relativi dell'incidente, abilmente occultati dalle autorità “con i tentativi del governo americano e della BP di ridimensionarne la portata”.
Oggi è infatti accessibile a tutti il sito web “PolluterWatch”, dove ci sono “30.000 pagine di documenti finora inediti, ottenuti grazie alle norme Usa sulla libertà d'informazione”.

In questo modo i cittadini di tutto il mondo hanno finalmente accesso alla verità sul golfo del Messico.

Verdiana Amorosi

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