emissioni_industriali

Il nostro Paese è ancora nell’occhio del ciclone UE. Questa volta l’Italia ha ricevuto una sonora bocciatura dalla Corte europea di giustizia europea per la violazione della direttiva sulle emissioni inquinanti dagli impianti industriali.

La sentenza – annunciata oggi a Lussemburgo – è stata emessa seguendo i punti fondamentali della direttiva Ippc del 2008, che prevede il rilascio obbligatorio di un'autorizzazione per tutte le attività inquinanti, indipendentemente se siano industriali o agricole. Riguarda quindi la produzione di energia, la produzione e la lavorazione dei metalli, l’industria delle materie prime minerarie, quella chimica, la gestione dei rifiuti e perfino l’allevamento.

L'autorizzazione europea fissa dei livelli massimi di emissioni inquinanti, stabilisce le eventuali misure da adottare per la tutela del suolo, delle acque e dell'aria, le norme per la corretta gestione dei rifiuti, il monitoraggio delle emissioni e delle regole ben precise da prendere in caso di circostanze particolari e di emergenza, come fughe, guasti o chiusure temporanee o permanenti.

Naturalmente tutti gli stati membri hanno avuto un lasso di tempo per adeguarsi e il limite stabilito dall’Ue era fissato al 30 ottobre 2007; il nostro Paese – come sempre indietro – ha preso tempo, stabilendo una proroga, nonostante fosse già stata avviata una procedura di infrazione che intimava di mettersi in regola entro il mese di aprile 2009.
Risultato? Dopo la scadenza del termine gli impianti italiani senza autorizzazione erano più di 1200.
Da qui la condanna dell’Ue, che ha bocciato il nostro Paese (con una sentenza emessa proprio oggi) per la violazione della direttiva sulla prevenzione e riduzione integrate delle emissioni inquinanti dagli impianti industriali (dal nome Ippc, del 2008/1/CE).

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