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Il nostro Paese va sempre più incontro al rischio di frane e alluvioni: le strutture industriali sono a rischio nel 45% dei comuni italiani, mentre la percentuale delle abitazioni sale all’82% delle realtà municipali; una situazione che mette in pericolo di vita ben 3,5 milioni di persone. È la drammatica situazione che emerge dall’ultimo studio “Ecosistema Rischio 2010”, pubblicato da Legambiente e Dipartimento della Protezione Civile. Uno dei dati più preoccupanti è che i ritardi nella prevenzione riguardano il 78% delle amministrazioni locali.

La cementificazione sregolata e senza una programmazione, soprattutto lungo i corsi d’acqua così e in corrispondenza dei versanti, sta mettendo fortemente a rischio il nostro Paese; e il quadro diventa ancora più drammatico se consideriamo che non c’è alcuna azione di intervento preventivo per evitare il peggio. Quindi non si costruisce dove non si potrebbe, ma non si programmano neanche interventi preventivi per far fronte alla peggiore delle eventualità.

A rischiare grosso sono ben 6.633 comuni italiani, che temono di crollare a causa dell’alta criticità idrogeologica: una fragilità che riguarda – dove più, dove meno – tutte le regioni del nostro Paese.

A parlare chiaro sono i dati di Legambiente: nell’82% dei comuni consultati da “Ecosistema rischio 2010” sono state costruite case in zone a forte rischio frane e in un caso su tre si tratta non di immobili sparsi ma di interi quartieri. Nel 54% dei comuni considerati dallo studio ci sono invece dei capannoni industriali attivi che rischiano di crollare per le frane e le alluvioni crescenti. Nel 19% delle realtà municipali invece troviamo addirittura scuole e ospedali.

Gli unici dati confortanti arrivano dalle attività svolte dalla protezione civile, perché il 76% delle amministrazioni comunali ha un piano d’emergenza da poter attuare in atto in caso di frane o alluvioni, spesso anche rivisti e aggiornati recentemente.

"I danni provocati dalle recenti alluvioni che hanno colpito il Veneto, la Calabria e la Campania - ha fatto sapere Rossella Muroni, direttore generale di Legambiente - sono la testimonianza di quanto il nostro Paese sia sempre più esposto al rischio idrogeologico. Non può bastare evidentemente il sistema di pronto soccorso per l'emergenza già in corso, ma è necessaria una concreta politica di prevenzione per non assistere mai più a drammatiche vicende come, per esempio, quella di Atrani in Costiera Amalfitana, agendo prioritariamente proprio sul reticolo idrografico minore, su quei fiumi, torrenti e fossi che sembrano rappresentare oggi la vera emergenza dell'Italia. Serve una strategia pianificata che possa garantire la sicurezza dei cittadini mettendoci anche al riparo dai costi salatissimi, per lo Stato e quindi per i cittadini, delle continue emergenze”.

La vera grande opera di cui ha bisogno il Paese è un intervento di prevenzione e manutenzione dei corsi d’acqua su scala nazionale – ha commentato Simone Andreotti, responsabile nazionale Protezione Civile di Legambiente -. Un’opera di prevenzione improrogabile attraverso la quale affermare una nuova cultura del suolo e del suo utilizzo, scegliendo come prioritaria la sicurezza della collettività e mettendo fine a quegli usi speculativi e abusivi del territorio che troppo spesso caratterizzano ampie aree del Paese.”

Altro dato allarmante riguarda l’approccio con cui si affrontano le revisioni dei programmi di intervento nei vari comuni italiani, che spesso – sempre secondo i dati di Legambiente – evidenziano una mentalità vecchia, priva di studi approfonditi, che spesso, anziché migliorare e prevenire i disastri sul territorio, rischia di peggiorare una situazione già molto critica.

Tra i comuni più virtuosi, per quanto riguarda la prevenzione di frane e alluvioni, troviamo Senigallia (AN), che grazie ai suoi interventi mirati ha ottenuto il primato nazionale nella speciale classifica di Ecosistema rischio 2010.
Pessimi voti invece per Bolognetta (Pa), Ravanusa (Ag), Coriano (Rn), San Roberto e Fiumara (Rc), Paupisi (Bn) e Raviscanina (Ce), dove l’urbanizzazione si è sviluppata anche dove c’è forte rischio di frane e alluvioni.

Verdiana Amorosi

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