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La Corte Suprema indiana ha riaperto il caso della fuga di gas Bhopal, in risposta ad una petizione inoltrata dal governo, che chiedeva punizioni più severe per gli ex dirigenti della Union Carbide India Ltd., condannati a giugno per negligenza e identificati come responsabili dell’incidente chimico avvenuto nel 1984.

Secondo quanto riporta un articolo del New York Times, la corte suprema indiana ha riferito di voler rivedere la sua decisione, che risale al 1996, di ridurre gli oneri nei casi in cui l’omicidio è compiuto per negligenza e questo proprio in seguito alla petizione presentata alla corte suprema da parte del Central Bureau Investigation, l’ente investigativo federale indiano.

A giugno, sette chimici che lavoravano come responsabili per l’azienda incriminata sono stati condannati a due anni di prigione per aver provocato l’incidente più grave della storia dell’industria moderna, un disastro che ha causato la morte di 15.000 persone e ferito altre 500 a Bhophal e provincia. La sentenza che li ha condannati ad appena due anni di reclusione ha scatenato forti polemiche, sia in India che nel resto del mondo.

I familiari delle vittime hanno infatti chiesto un inasprimento significativo della pena (oltre dieci anni), un maggiore risarcimento economico e l’estradizione dell’ex dirigente della compagnia Warren Anderson.

"Il caso che è stato riaperto non è correlato alla Union Carbide Corp. o Warren Anderson direttamente, ma è importante perché può dimostrare che questi funzionari della Union Carbide erano a conoscenza dello stato della fabbrica da cui il gas tossico è fuoriuscito" ha detto Rachna Dhingra, un’attivista del Bhopal Group, un’organizzazione per i diritti delle vittime.

L’obiettivo è fare pressione sul Primo ministro indiano Manmohan Singh affinché coinvolga anche il presidente Obama per estradare Anderson, che pare sia residente a New York.

Verdiana Amorosi


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