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Da oggi e fino a venerdì si riaprono a Bonn i negoziati sui cambiamenti climatici per riuscire a stilare un testo in grado di mettere d'accordo sugli obiettivi di riduzione dei gas serra in vista della Conferenza Onu sul clima di Cancun (Cop16) prevista dal 29 al 10 dicembre prossimi nella città messicana.

L'incontro tecnico prima della pausa estiva vede all'opera due gruppi di lavoro che discuteranno rispettivamente degli impegni per i paesi sviluppati che hanno aderito al Protocollo di Kyoto, e delle “azioni di cooperazione a lungo termine” che dovranno intraprendere tutte le nazioni, Cina e Stati Uniti compresi che, ricordiamo, non hanno aderito al trattato che scadrà nel 2012.

A questo punto diventa urgente trovare un'intesa vincolante in grado di sostituire l'accordo firmato a Kyoto, ma altrettanto evidente che sarà un'impresa ardua viste le distanze tra i vari schieramenti. Nonostante la serie di proposte messe a punto dal nuovo segretario esecutivo della Unfccc (Convenzione quadro dell'Onu sui cambiamenti climatici) Christiana Figueres, - succeduto a Yvo de Boer, dimessosi agli inizi di luglio – per alleggerire gli iter e velocizzare le procedure di ratifica dei prossimi accordi, infatti, rimangono arroccate le posizioni che si registrano sul fronte internazionale dai vari Stati.

A partire da quella dei Paesi in Via di Sviluppo, per i quali l'onere dei tagli delle emissioni graverebbe troppo sulle nazioni più povere e non abbastanza sui paesi industrializzati che sarebbero poi i maggiori produttori di gas serra.

Anche se dai dati pubblicati dall'Agenzia di valutazione ambientale olandese sembrerebbe che il trend si sia capovolto. La stima della PBL, infatti, evidenzia come nel 2009 le emissioni prodotte da fonti fossili siano per la prima volta dal 1992 rimaste costanti grazie alla riduzione del 7% della CO2 nei paesi industrializzati, compensata però proprio dall'aumento di quelle dei paesi in via di sviluppo come India e Cina (che hanno registrato rispettivamente un + 6% e un + 9%).

A tale dicotomia, protagonista anche della Conferenza di Copenhagen dello scorso dicembre, si aggiungono poi i contrasti europei tra gli stati membri sull'innalzamento dell'obiettivo di riduzione dall'attuale 20 al 30% entro il 2020 e l'affossamento da parte del Congresso della legge sul clima tanto voluta da Obama.

Su una cosa però sono tutti concordi: far scadere il Protocollo di kyoto senza un nuovo trattato sui cambiamenti climatici, non favorirà nessuno: il vuoto normativo che si verrebbe a creare, infatti, non solo renderebbe vani gli sforzi di anni di lavoro della convenzione Onu, ma farebbe andare in crisi il cosiddetto «mercato del carbonio», alla base dello sviluppo sostenibile e diventato motore anche nelle economie in via di industrializzazione.

Simona Falasca


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